Il Concertone diretto da Muti manda in visibilio Salisburgo

Accoglienze trionfali e il tutto esaurito al Grosses Festspielhaus per i 250 anni del genio austriaco

Alberto Cantù

da Salisburgo

D’accordo: l’abito non fa il monaco. Rispecchia però la personalità di un artista, il suo modo d’essere prima che a spiegare ci pensi la musica.
Prendete i musicisti ospiti del Concertone interamente mozartiano ascoltato ieri, con accoglienze trionfali e il tutto esaurito, al Grosses Festspielhaus di Salisburgo. Su iniziativa del Mozarteum, la famosa scuola musicale. Megaconcerto dove una volta tanto il superlativo è reale: non ha nulla da spartire con il tenorismo microfonato da stadio di Pavarotti e soci agli sgoccioli. Significa grande musica, grandi interpreti da tutto il mondo e anche grandi durate cioè due ore e mezza circa di partiture spesso stellari fra note, notissime e rare.
A proseguire coi superlativi, è un gran bel regalo per il compleanno di Mozart; per i suoi 250 anni da artista senza età e senza patria (per lui i luoghi erano quelli delle occasioni musicali).
Regalo, dicevamo, con la mondovisione (anche in Italia: comprati i diritti in extremis, in onda su Raidue) e un dvd dello storico Festkonzert con Riccardo Muti e Wiener Philharmoniker tra addobbi floreali che, per un malinteso senso della modernità tutto salisburghese, sembrano usciti da un quadro cubista o impilati dal cappellaio matto di Alice nel Paese delle Meraviglie. Dvd, per tornare all’abito che fa l’artista, con strumentisti e cantanti in passerella.
Per prima, la pianista Mitsuko Uchida cui tocca dare il «la» al concerto di gala: sfinge giapponese androgina e incorporea che il dorato vestito a pantalone rende ancora più fiaba dall’Oriente. Così siede sul panchetto per uno degli estremi capolavori mozartiani, il Concerto in do maggiore K 503 del 1786, quando Vienna volta le spalle alle «astrusità» di Volfango e lui scrive per sé un Concerto che è pura forma e puro stile, niente concessioni brillanti e insolito respiro sinfonico.
Sfinge dorata, la Uchida fa sue le astrazioni del concerto e disincarna il suono, trasfigura temi musicalmente neutri. Si inserisce con umiltà nel mondo orchestrale dell’Andante dove Muti allarga il canto di flauto e oboe così come nel primo tempo, con accordi asciutti quanto morbidi, i legni sottovoce però pieni di incanto melodico e di controcanti teneri, ribadisce la sua confidenza assoluta con Mozart, aiutando poi il baritono Thomas Hampson (due arie) quanto a colori e accenti.
Ed ecco la Uchida, in Ch’io mi scordi di te infilare una giacca nera maschile «diventando Mozart» che alla tastiera canta un addio all’amata che parte in un brano scritto «per la signorina Storace e per me». La Nancy Storace di Salisburgo è Cecilia Bartoli (applausi da stadio) e anche per lei l’abito fa la star: verde menta con strascico e generoso décolleté. Vocalizza con bravura come poi in Exultate, Jubilate, misura la sua voce non molto ricca né ampia sulle dolcezze per la Storace e per Zerlina (là ci darem la mano). C’è un che di generico e uniforme, anche se la bravura è indiscutibile e il pubblico, a ogni modo, va in delirio. Sinfonia concertante in mi bemolle. Quanto al violinista Gidon Kremer, la camicia alla coreana ci anticipa che è un intellettuale uso alle musiche più contemporanee che si possa. Il violista Yuri Bashmet, invece, da bel tenebroso con fluenti capelli corvini, opta per una casacca nera che la lettura piena d’emozione (e a volte un po’ all’incirca) conferma.
Riccardo Muti, vestito da direttore e stop, legge la Sinfonia Haffner all’osso dei contenuti: niente fronzoli o svenevolezze rococò (il brano incorpora una vecchia Serenata), un primo tempo incalzante nell’articolazione rapidissima ma anche pieno di oasi liriche. L’Andante, franco, scorrevole, «moderno»; il Minuetto, energico. Insomma, il Mozart del maestro italiano è oggi un dato di natura. Che diventa messaggio universale nel Coro conclusivo - del concerto e del Flauto magico - con i Wiener Singverein.