Concilio Vaticano II: la storia mai narrata dei tradizionalisti e della loro sconfitta

Del Concilio Vaticano II, l’evento che ha segnato la storia della Chiesa del secolo scorso, ormai non esiste più soltanto una storia. Esistono più storie. Arriva in questi giorni in libreria il volume dello storico Roberto De Mattei Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta (Lindau, pagg. 632, euro 38), che intende offrire una ricostruzione documentata della grande assise, a partire dal punto di vista della cosiddetta «minoranza» conciliare, cioè di coloro che si considerarono sconfitti.
Fino a ora soltanto la scuola bolognese di Giuseppe Alberigo e del suo successore Alberto Melloni aveva prodotto un’ampia e documentata storia del Vaticano II, riferimento ormai imprescindibile, scritta dal punto di vista dei riformatori e considerata l’esempio di quella «ermeneutica della rottura» secondo la quale il Concilio avrebbe segnato un’innegabile discontinuità con il passato. L’opera di Alberigo è stata sottoposta a critiche e a un significativo controcanto, scritto dall’arcivescovo Agostino Marchetto. Senza però che a una storia se ne contrapponesse un’altra con pretesa di completezza.
Il libro di De Mattei, che nei giorni scorsi ha ricevuto la cortese stroncatura di Massimo Introvigne sulle colonne di Avvenire, attraversa tutte le fasi del Vaticano II, dalla preparazione alla crisi del post-concilio. L’autore predilige l’analisi delle discussioni in aula, scegliendo di non soffermarsi, invece, sul lavoro delle commissioni preparatorie. Uno spazio notevole è dedicato al ruolo giocato dagli ambienti più conservatori, come quello del laico brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira, che a Roma organizzò una rete di sostegno per i vescovi del «Coetus Internationalis Patrum», nel quale lavorò anche Lefebvre. C’è una storia tutta brasiliana del Concilio, che vede fronteggiarsi da una parte due vescovi tradizionalisti come De Castro Mayer e de Proença Sigaud; dall’altra Hélder Câmara, uno degli ispiratori del gruppo riformatore.
Secondo De Mattei, le lobby progressiste - minoritarie - influenzarono i conclavi di Giovanni XXIII e di Paolo VI, come pure i lavori del Concilio, finendo per imporre, con vari escamotage, la loro linea a tutta l’assise. Certo, il lettore rimane colpito nel vedere presentato Pio XII come un Pontefice cedevole alle istante progressiste e «neo-moderniste», debole e persino incapace di contrastarle. Così come colpisce l’inserimento del cardinale Giuseppe Siri, l’esponente più autorevole dell’anti-progressismo italiano, nel cosiddetto «terzo partito», quello di coloro che non si sarebbero opposti a dovere ai progressisti finendo per farne il gioco.
La lettura del Concilio proposta da De Mattei finisce per saldarsi con quella di Alberigo e dunque prende - rispettosamente - le distanze da quell’«ermeneutica della riforma» proposta da Benedetto XVI come chiave di lettura del Vaticano II. Per Papa Ratzinger la giusta interpretazione del Concilio è quella che lo legge nella continuità di una tradizione che si riforma per poter meglio rispondere alle esigenze della modernità, ma senza rotture con il passato. Un’interpretazione che separa i testi promulgati dal cosiddetto «spirito del Concilio», nel cui nome per decenni si si è voluto andare oltre alla lettera di ciò che i documenti stabilirono. Per la scuola bolognese, invece, la novità più significativa del Vaticano II non è costituita dalle sue formulazioni, ma piuttosto «dal fatto stesso di essere stato convocato e celebrato». Anche per De Mattei non si possono separare i testi dall’«evento» e dunque il Vaticano II rappresenterebbe una rottura della tradizione. La sua «storia mai scritta» del Concilio, propone la tesi del tradizionalismo secondo la quale all’inizio degli anni Sessanta sarebbe stato necessario sì convocare un Concilio, ma per pubblicare una riedizione aggiornata del Sillabo di Pio IX condannando gli errori dell’epoca moderna.