Conclave impotente

Delusione e rabbia si palpano con mano in quei circoli elitari della finanza e dell’informazione che aspettavano dalla riunione nella Reggia di Caserta un colpo d’ala del governo Prodi, su cui avevano scommesso nelle ultime elezioni politiche. Un'aspettativa un po’ ingenua, in verità, di chi ha poca dimestichezza con la politica vera e si lascia suggestionare dai riti della democrazia mediatica. Avete mai visto un governo francese che si riunisce a Versailles o uno inglese nel Castello di Windsor o uno austriaco a Schönbrunn? Mai. E mai li vedrete. Le grandi democrazie europee hanno governi che si riuniscono per decidere e non per mettere in scena riti e liturgie che poco hanno a che fare con la guida di un Paese moderno. Detto questo, però, sarebbe sbagliato ritenere che la riunione di Caserta non abbia avuto un suo significato politico. Romano Prodi è un democristiano di antica esperienza e di forti connessioni con il potere economico e finanziario del Paese. E il Professore bolognese sapeva che il risultato della Finanziaria-mostro era stato disastroso sul terreno del consenso politico e sulle aspettative della crescita economica e del recupero di competitività del nostro sistema produttivo. Due effetti che avevano subito dato fiato ai leader dei due maggiori partiti della coalizione, Ds e Margherita, per liberarsi in tempi brevi di Romano Prodi, unico esempio in Europa e nel mondo di un presidente del Consiglio senza partito. Fassino, Rutelli e lo stesso Amato si sono spesi nelle ultime settimane per spiegare che questo governo doveva assolutamente cambiare marcia. Insomma, una fase due che era, nei fatti, una dichiarazione di sfiducia nella capacità di guida di Romano Prodi. Ma il Professore non si è lasciato consumare da una quotidianità litigiosa e allusiva. Li ha tutti chiamati nella Reggia vanvitellina di Caserta e lì ha impalato Rutelli e Fassino, i veri sconfitti di questi giorni, stritolandoli nella tenaglia dell’accordo con la cosiddetta sinistra radicale (Rifondazione, Comunisti italiani e Verdi) e con l’appoggio leale di Clemente Mastella, nel silenzio prudente di Massimo D’Alema. Il messaggio politico di Prodi è stato fin troppo chiaro: se volete mandarmi a casa, ha detto, dovete avere il coraggio di cambiare maggioranza, come avvenne nel lontano 1998. Fassino e Rutelli hanno iniziato subito a balbettare e si sono spenti. Nel sistema bipolare maggioritario, la grande truffa degli ultimi 15 anni, le estreme dettano sempre le regole e Prodi ha blindato il suo governo con l’accordo stretto a sinistra con Bertinotti e al centro con Mastella. E il suo governo avrà vita lunga. Un successo politico, dunque, il suo, mentre sul piano dei contenuti è scivolato quasi nel ridicolo. Colpisce innanzitutto l’impudenza del ministro dell’Economia che spiega come la sua Finanziaria di 1.500 commi non aiuti la crescita e vada assolutamente semplificata nella sua attuazione. Chi parla così dimostra che nei mesi scorsi nulla sapeva della legge finanziaria e della congerie delle sue norme confuse e pasticciate. Padoa-Schioppa ha inoltre spiegato, senza arrossire neanche per un momento, che se si fanno le riforme l’Italia nel 2011 potrà crescere del 2,5% l’anno, quasi, cioè, quanto crescono in media i Paesi della zona-euro già da quest’anno. Ma non aveva dichiarato che con la sua legge di bilancio avremmo avuto crescita, equità e risanamento dei conti pubblici? Il risanamento è scomparso perché sembra che il circuito virtuoso sia stato innescato già lo scorso anno e la crescita è diventata un obiettivo sempre più lontano. A differenza di molti, noi siamo ancora scettici sulla virtù della riduzione del fabbisogno statale passato da 60 a 35 miliardi. Fino a quando il governo non ci spiegherà, al netto delle maggiori entrate, dove ha risparmiato, è molto forte il sospetto che si sia messo in moto un pesante trasferimento dell’indebitamento dallo Stato agli enti locali e previdenziali e alle società come le Ferrovie e l’Anas, contabilmente fuori dalla pubblica amministrazione. La notizia migliore è che non si fa per il momento la riforma delle pensioni. Quando questo governo dovesse metterci mano, infatti, il sistema previdenziale italiano, con l’abbattimento del cosiddetto scalone produrrebbe altri guasti e più gravi disavanzi. Con Caserta il sistema politico italiano ha mostrato tutta la sua impotenza e l’impellente necessità di una sua radicale riforma. O con l’iniziativa dei partiti, o con il referendum.