Concordia, Schettino:"Quella nave non era sicura"

Il legale di Schettino: "Aperti ulteriori filoni di indagine". E ipotizza avarie già alla partenza. I pm sentono De Falco per capire perché non fu rilevato l’incidente

nostro inviato a Grosseto

Alt alla perizia sulla scatola nera. Prima di procedere con gli esami, la difesa del comandante Francesco Schettino si aspetta che tutte le carte siano messe sul tavolo dalla procura. E soprattutto attende che nel registro degli indagati finisca qualcun altro. Nomi nella memoria firmata dall’avvocato Bruno Leporatti non se ne fanno, ma tutto lascia pensare al management della Costa. Insomma, Schettino non ci sta a rimanere col cerino in mano. Passarlo ad altri non può, ma c’è chi potrebbe scottarsi le dita insieme a lui.

Scrive Leporatti: «Le dichiarazioni rese dal comandante Schettino nel corso del suo interrogatorio, in ordine ai contatti telefonici intercorsi con il Marine Operation Director di Costa crociere dopo l’impatto e costantemente durante la fase della susseguente emergenza, hanno aperto ulteriori filoni d’indagine che potrebbero ragionevolmente orientarsi nel senso di provocare allargamenti soggettivi dell’inchiesta stessa».

Dunque, Leporatti chiama in causa Roberto Ferrarini, il supertecnico della Costa che nei convulsi minuti del disastro parlò al telefono più volte con Schettino. Il comandante ha detto chiaro e tondo che informò la compagnia in tempo reale e chiese «elicotteri e rimorchiatori». Da Genova rispondono che è tutto falso: Schettino parò solo del famoso blackout, la stessa versione inizialmente e inspiegabilmente venduta alla Guardia costiera. Schettino minimizzò e portò la nave alla catastrofe. Ora Leporatti punta con chiarezza il dito verso l’armatore. La Costa sapeva, non solo. Il comandante avrebbe in realtà tentato tutta una serie di operazioni per salvare il salvabile, ma nulla andò nel senso sperato.

Meglio, tutti gli ordini si persero nel nulla: «Egli aveva chiesto inutilmente, più volte, la messa in funzione della pompa di zavorra o di bilanciamento». Niente da fare. «Non fu neanche possibile avviare le pompe esaurimento grandi masse». In sostanza, tutti i dispositivi di emergenza andarono immediatamente in tilt e il comandante perse il controllo della Concordia, condannata in pochi minuti.

Schettino ha sbagliato, questo è fuori di dubbio. Ma forse i suoi errori, pur gravissimi sono stati dilatati da problemi tecnici indipendenti dalla sua volontà e poi dal comportamento del management della Costa. Leporatti vuole rivedere tutto quel che è accaduto momento per momento, riconsiderando addirittura la partenza della crociera a Civitavecchia. Come mai la Concordia si mosse in ritardo? Forse c’era una qualche avaria, magari sottovalutata. E poi perché le pompe non entrarono in funzione? E nemmeno riuscì un’altra manovra: il cosiddetto allagamento simmetrico.

E allora Leporatti vuole allargare la perizia, che si svolgerà nella forma dell’incidente probatorio in molte direzioni. Va bene leggere la scatola nera e ricostruire la dinamica dell’evento, ma deve essere analizzata anche la strumentazione di emergenza. E vanno coinvolti anche quei soggetti, ovvero i manager della Costa, che potrebbero in seguito essere indagati. Meglio indagarli subito, sembra il messaggio. Si vedrà. Intanto la Costa «smentisce nel modo più categorico» di aver ricevuto computer, borse o altro da Schettino.

E la procura cerca di capire un’altra inquietante circostanza: come mai il sistema satellitare Ais ha fatto cilecca? Alle 22.00, 18 minuti dopo il crash, il brogliaccio della Guardia costiera segnala che tutto è regolare. Per questo i pm hanno sentito il comandante Gregorio De Falco, l’eroe che in piena notte striglia a dovere Schettino e gli grida: «Salga a bordo». Ora Leporatti sembra mettere in dubbio anche la possibilità che Schettino potesse tornare sulla Concordia.