In concorso E in «Agora» Amenàbar critica le religioni

«Il mio Agorà (piazza, assemblea - Ndr) contro ogni fondamentalismo», dice Alejandro Amenàbar presentando al Festival il suo film da cinquanta milioni di euro su Ipazia (Rachel Weisz, nella foto con il regista), filosofa e scienziata, martire del politeismo ad Alessandria, capitale culturale del Mediterraneo nel IV secolo della nostra era, controllata dall’Impero romano d’Oriente e centro di attriti tra il politeismo e i due monoteismi, l’uno frutto dell’eresia dell’altro: giudaismo e cristianesimo. «La vergine Ipazia - aggiunge Amenàbar - era uno spirito aperto, praticava la misericordia e fu torturata e uccisa dai cristiani alla vigilia del tracollo del mondo classico. La sua vicenda ricorda - in senso opposto - quella di Gesù». Attorno a lei, gli ex allievi, l’aristocratico (Oscar Isaac), convertito al cristianesimo onde avere la carriera pubblica che si aspettava; e lo schiavo (Max Minghella, figlio di Anthony), fanatico nella nuova fede. In Agorà i ruoli di buoni e cattivi sono distribuiti per fazione. Il tragico degli scontri politico-religiosi è che ognuno ha le sue ragioni, ma a chi soccombe resta solo l’omaggio della storia. E ora di un film insolito.