Concorso esterno e mostruosità giuridiche interne

Caro Granzotto, a questo siamo arrivati: un presidente del Consiglio obbligato a rivolgersi alla nazione per denunciare l’aggressione della magistratura che da quindici anni tenta inutilmente di defenestrarlo con sistemi antidemocratici sostituendosi al Parlamento e mortificando gli elettori che l’hanno eletto. Perché Berlusconi s’è deciso solo ora a parlare dell’argomento con gli italiani? È forse giunto il tempo di espatriare lasciando questo marcio Paese a se stesso?
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Sarebbe come dargliela vinta, caro Franco. E poi, guardi, non è corretto parlare di aggressione e di sistemi antidemocratici. Vuole mettersi nei guai? Obbedendo alla norma costituzionale della obbligatorietà della azione penale (una elegante formula che infiocchetta il concetto di discrezionalità) il magistrato non aggredisce, fa semplicemente il proprio lavoro: dura da quindici anni? Pazienza. Le inchieste a carico sono già 103? Pazienza. Pazienza. E 2 mila 500 le udienze? Pazienza. E 109 i magistrati che si sono presi cura di Berlusconi? Pazienza. Pazienza punto e basta. Eppure, ciò che sembra indurre Berlusconi a rivolgersi solo ora agli italiani non è la perdita della pazienza a causa della soffocante attenzione che gli riserva la magistratura. Il fatto è, caro Franco, che nei 36 precedenti processi a suo carico il Cavaliere ha avuto modo di difendersi, di far valere le proprie ragioni e la sua innocenza. In quello che si preannuncia dopo le assai tardive rivelazioni di Gaspare Spatuzza, ex «uomo d’onore» dell’Onorata società, ovvero ex mafioso, Berlusconi si troverà invece alla piena mercé del pubblico ministero e del giudice. Si troverà con le mani legate, come il condannato a morte di fronte al plotone di esecuzione. Senza poter salvaguardare in alcun modo la sua persona e la sua onorabilità. Egli è infatti accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, una mostruosità giuridica che non compare nel nostro Codice penale (e in nessun altro codice al mondo, nemmeno in quello in vigore in Cambogia al tempo di Pol Pot o nell’Uganda di Idi Amin Dada). Un capo d’accusa così indeterminato, così ambiguo e astratto da consentire all’accusa di interpretarlo e applicarlo a piacimento, facendone un affilato strumento persecutorio. Per dirla in parole povere, caro Franco, il concorso esterno in associazione mafiosa è un reato che non esiste e dall’accusa di aver commesso un reato che non esiste è impossibile difendersi.
Questi sono concetti e considerazioni che il Giornale non si stanca di ripetere. Ma è bene che a farlo sia ora l’imputato, Silvio Berlusconi. Ricordando che la nostra Costituzione, la quale resta pur sempre, per dirla con Oscar Luigi Scalfaro, «la più bella del mondo», proclama all’articolo 25 che «nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso». Nessuno. Perché se la legge non conosce ignoranza ne deriva che il cittadino deve avere piena cognizione di quali siano le leggi da non infrangere, a quale articolo del codice segue una pena, se trasgredito. Il reato di associazione è già di per sé imbarazzante (fu escogitato dai piemontesi per aver mano libera nella repressione di quello che ipocritamente definirono brigantaggio e ha dato vita, nella sostanza e nel linguaggio, all’articolo 416 del codice vigente). Svaporarlo nel «concorso esterno» senza precisare in che termini si intenda il «concorso» - favoreggiamento, appartenenza, simpatia, intesa, amicizia? Un caffè al bar? Due convenevoli alla fila per il check-in? - è un arbitrio che grida vendetta. È uno strumento, una mannaia buona non per fare giustizia, ma a incastrare, a costringere l’imputato in una situazione che non offre vie d’uscita. Tutto ciò intrecciando Balli Excelsior alla maestose e democratiche settebellezze dello stato di diritto.