CONCRETEZZA CONTRO CAMOMILLA

Giù l’asso, era l’Ici. Promessa gigantesca, boato atomico, è fatta. Da adesso, piaccia o non piaccia a Prodi, le ultime ore della campagna elettorale si giocheranno tutte su questo impegno: se Berlusconi torna a Palazzo Chigi, la tassa sulla prima abitazione, quella in cui la gente vive, mangia, nasce e muore, sarà rottamata. La tecnica del come e quando verrà dopo, come l’intendenza dei vecchi eserciti. Com’è andato il dibattito? L’avrete visto tutti, immagino. Un Prodi che faceva finta di essere una camomilla e che invece era nervosissimo e un Berlusconi che finalmente era se stesso, anche se non si è tolto il viziaccio di mitragliare numeri anche quando a noi sarebbe piaciuto un attacco ai sentimenti, alle viscere e alle speranze. Macché. È stato tutta concretezza, ha sorriso bene, disteso e stirato, non si è mai deconcentrato, ha mandato all’inferno quel falso curato che gli dava dell’ubriaco attaccato al lampione, una metafora da taverna.
Lì Berlusconi ha gridato e ha fatto bene, perché ha difeso l’istituzione del Presidente del Consiglio, e non soltanto la sua persona. Domanda: ma allora non c’è stato nulla, ma proprio nulla che non ti sia piaciuto di Berlusconi? Risposta personale: per i miei gusti c’erano un po’ troppi imprenditori, imprenditori giovani e vecchi, donne e meridionali, scuole per imprenditori eccetera. Il che va benissimo, ma in un Paese a tessuto cattocomunista la gente è stata avvezzata a considerare chi crea ricchezza come un bieco padrone contro cui scioperare. Berlusconi ha parlato di riforme liberali e quell’altro, Prodi, ha parlato di banalità: sembrava un discorso elettorale degli anni Settanta con il suo problema del Mezzogiorno (che mai è stato preso così di petto come durante l’ultimo governo), il problema dell’evasione fiscale (che c’è sempre stata e che con il governo Berlusconi è diminuita), e poi le donne che sono poche e tutto il solito bla-bla-bla di sempre. Prodi è stato inchiodato sulla storia dell’appartamentino di ottanta metri quadrati tirato fuori davanti a Lucia Annunziata ed è stato buttato fuori campo dall’annuncio dell’abolizione dell’Ici.
Un discorso a parte va fatto, per le prossime edizioni, sui giornalisti che fanno le domande. Per carità, poveretti. Ma che diamine! Ma l’hanno mai visto il ruolo dei giornalisti durante il dibattito per la Casa Bianca? E Sorgi non ha fatto altro che portare gentilmente la pallina sotto rete a Prodi affinché quello facesse lo sforzo di provare uno smash e lo ha fatto con senso del dovere unionista, un po’ come il direttore del Messaggero ci ha voluto ammannire il suo pistolotto sulla campagna elettorale dai toni troppo accesi, come se ci trovassimo di fronte ad un fatto anomalo e indesiderato: nelle democrazie, stabilite le regole del gioco, gli elettori che sono chiamati a scegliere chi li governerà vogliono vedere anche il sangue della politica, anche i calci negli stinchi, e francamente anche queste ribollite di buonismo ci sembrano stucchevoli. Ma sì, diciamolo con cuore aperto: Berlusconi ha vinto. La volta scorsa si era deconcentrato alla fine, era stanco forse, ma ieri sera era un leone come comunicatore e giocava sia di dritto che di rovescio, ironia aggressiva e numeri, mentre il falso curato non faceva che somministrare estreme unzioni, suonare campane a morto e contemporaneamente invocare la propria resurrezione: una minestra quaresimale, mancavano solo le candele, mentre dall’altra parte erano fuochi artificiali alla festa della concretezza. Speriamo che i dubbiosi e gli indecisi l’abbiano capito: se non andranno a votare, la festa della libertà potrebbe finire e arriverebbero i catafalchi.
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