Condanna ridotta per i due romeni di Ostia

SCONTO Stralciata dal giudice l’aggravante dei «motivi abietti». La vittima aveva conosciuto i suoi aguzzini alla stazione Termini e li aveva condotti sul litorale

Massacrato di botte, soffocato con un cuscino e depredato di ogni suo avere. La vittima è Mario Carpineti, 72 anni, mentre due romeni conosciuti alla stazione Termini i killer. Un fatto di sangue che sconvolse la tranquillità di un albergo sul lungomare Paolo Toscanelli, a Ostia, la mattina del 30 maggio 2006. Ieri la I Corte d’Assise d’Appello ha ridotto la condanna per omicidio volontario in concorso da 30 a 17 anni di carcere per Adelin Trestaru e Cristian Hanibach, 25 e 34 anni. Stralciata dal giudice Antonio Cappiello l’aggravante dei «motivi abietti» rubricata il 28 gennaio 2008 dal gup Claudio Mattioli al termine del rito abbreviato. Perché? Gli imputati hanno sempre sostenuto di aver reagito alle avances sessuali del pensionato, di averlo seguito sul mare di Roma con la sola promessa di un lavoro. Entrati nella camera 210 dell’hotel Lido, però, le cose non andarono esattamente come i due stranieri si aspettavano. Il settantenne propose un gioco erotico a tre, loro non ci stettero. E allora giù botte con violenza inaudita, poi il raptus omicida seguito dal furto di denaro, telefono cellulare, orologio. Carpineti, celibe, viveva al quartiere Portuense, ma negli ultimi anni, dopo aver trascorso alcuni anni a Chianciano Terme (Siena), si era trasferito a Pomezia. Quindi conosceva bene il litorale romano, tanto da portarci i suoi nuovi amici. A scoprire il cadavere, quel lunedì mattina, la donna delle pulizie. «Ho bussato inutilmente per diversi minuti - raccontò ai carabinieri - a un certo punto sono entrata con il passe-partout». La scena che le si presentò è da film dell’orrore: il cadavere seminudo sul letto, il volto coperto dal guanciale, macchie di sangue sulle lenzuola, sulle pareti, a terra. I militari della vicina compagnia abbozzarono una prima ricostruzione: Carpineti, dopo aver parcheggiato la sua Fiat 600, si presenta nella hall del Ping Pong (collegato tramite un passaggio interno all’hotel Lido) alle 20,30 della domenica. È con un giovane di 23 anni. I due concordano il prezzo della stanza, si registrano poi salgono al secondo piano della struttura, in attesa di un amico. In camera accendono il televisore. Passano i minuti, arriva il terzo uomo. Anche lui mostra il passaporto in portineria, poi raggiunge gli altri due. Nessuno li vedrà mai uscire dall’albergo. L’auto al suo posto, Carpineti cadavere. A favorire la fuga dei due stranieri un’uscita secondaria su via dei Fabbri Navali, paradossalmente tra la caserma dei carabinieri e il Tribunale. Secondo il medico legale la morte avviene per asfissia tra le ore 23 e le tre del mattino. L’autopsia conferma. Dove sono finiti i due assassini? I carabinieri, grazie al segnale emesso dal telefonino della vittima, li seguono, a distanza, per mezz’Italia. Finiscono prima in un paesino della Calabria, dove i romeni si procurano nuove identità. Poi in Toscana. Da qui, è passata una settimana, tornano nella capitale. Passano la notte in casa di un amico alla borgata Finocchi, al Casilino. Sono pronti a rientrare in patria. La mattina del 6 giugno sono in via di Malagrotta, nei pressi di ponte Galeria, in attesa di un bus che li porti alla stazione Tiburtina dove partire per Timisoara, Romania. Quando i carabinieri li circondano tentano una fuga impossibile per le campagne. Negli zaini gli oggetti sottratti a Carpineti. La confessione è scontata, come la richiesta avanzata dal legale di giudizio immediato, sperando in una condanna «mite».
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