La condanna di Saddam e gli scheletri dell’Europa

Massimo Introvigne

D’Alema ha dichiarato che l’eventuale esecuzione di Saddam alimenterà lo sdegno e la rivolta degli iracheni. Molti esponenti politici europei hanno detto più o meno lo stesso. Premesso che ci sono buone ragioni per opporsi alla pena di morte in genere, dal punto di vista fattuale è vero il contrario. Lunedì, il giorno dopo la sentenza, una manifestazione organizzata a Tikrit dal clan sunnita di Saddam Hussein ha radunato la bellezza di duemila persone. Abbastanza per permettere alle televisioni internazionali di filmare qualche centinaio di scalmanati che agitavano ritratti di Saddam, ma ben poco rispetto alle centinaia di migliaia di irakeni che continuano a riversarsi per le strade, dove improvvisati banchetti offrono gratuitamente cibo e dolci ai manifestanti, festeggiando la sentenza. Fra costoro ci sono certamente sciiti e curdi, ma ci sono anche molti sunniti. Il maggiore partito sunnita del Parlamento iracheno è a favore dell'esecuzione. Si dimentica che non sono «i sunniti» ad avere tratto benefici da Saddam ma un piccolo clan familiare e tribale, e che molti arabi sunniti ostili al regime sono finiti davanti al plotone d’esecuzione insieme a sciiti e curdi (i quali ultimi sono a loro volta in maggioranza sunniti). Dunque D'Alema e l’Europa al solito sbagliano nella loro lettura della situazione irakena, afflitti da un complesso anti-americano da cui non riescono a liberarsi. Per alcuni, naturalmente, c’è di peggio. Chirac condanna la sentenza, ma forse tira un sospiro di sollievo perché qualcuno in un processo più lungo avrebbe potuto chiedere notizie al tiranno iracheno delle valigie piene di denaro che arrivavano a Parigi a ogni campagna elettorale, e perfino delle pregiate carpe del Tigri graditissime all’Eliseo che aerei speciali portavano a Parigi come gentile omaggio di Saddam per i pranzi presidenziali della domenica. Chirac chiamava Saddam nientemeno che «il De Gaulle del Medio Oriente» e il rapporto era diventato un’amicizia personale inconsueta fra capi di Stato, come riferiscono i due giornalisti di Libération Boltanski ed Aeschimann, di cui è appena uscito il documentatissimo Chirac d’Arabie. Dalle forniture di armi a quelle di materiale nucleare sono molti i dirigenti europei che non hanno la coscienza pulita su Saddam.
Per quanto premiato fornitore di carpe alla presidenza della Repubblica francese, Saddam era odiato dalla stragrande maggioranza del suo popolo. Avere liberato gli iracheni da Saddam è un merito che la storia riconoscerà ai tre B, Bush, Blair e Berlusconi, la cui alleanza di ferro ha portato al rovesciamento del tiranno, qualunque errore successivo possano avere commesso generali e diplomatici americani più interessati a litigare tra loro che a battere i terroristi in Irak. Impiccare Saddam renderebbe semmai il fragile governo irakeno più, non meno, popolare.
Peraltro, l’Irak assomiglia sempre di più alla vecchia Jugoslavia. Una costruzione inventata dai cartografi inglesi dopo la Prima guerra mondiale sta rivelando tutte le sue pecche, e la divisione in tre Stati (curdo, sunnita e sciita), così come è stata divisa la Jugoslavia, non sembra più irragionevole. Certo, uno Stato curdo - se realizzerebbe una millenaria aspirazione di questo popolo - darebbe fastidio all’Iran e alla Turchia. Ma dare fastidio all’Iran è un merito, e quanto alla Turchia è proprio l’Europa che, anziché gettare benzina sul fuoco dei vari temi di contrasto che esistono, potrebbe garantirle altre compensazioni.