Condannata da giudici che si credono dei

Meno di un mese fa, durante un incontro pubblico, ho chiesto al mio amico Mario Melazzini, medico oncologo affetto da sclerosi laterale amiotrofica, una malattia a decorso purtroppo infausto: «Esiste un potere del singolo, dei parenti, dello Stato in grado di stabilire la liceità, nei casi di grave menomazione fisica, di darsi o dare la morte?». Dalla gola imprigionata nel tutore ortopedico è salita questa risposta sillabata con voce gutturale ma ferma: «No, non esiste. La vita è un bene indisponibile».
Come Eluana Englaro, il dottor Melazzini, paralizzato in sedia a rotelle, non può né nutrirsi né bere autonomamente, perché i muscoli della masticazione e della deglutizione sono compromessi; sopravvive grazie a una pompa a infusione lenta che gli introduce nella pancia alimenti liquidi. Il suo unico «pasto» dura dalle 6 di sera alle 2 di notte. Prendete nota: da ieri, in Italia, dar da mangiare agli affamati e dar da bere agli assetati non sono più opere di misericordia corporale. Basta che queste due azioni avvengano attraverso un sondino nasogastrico perché una qualsiasi corte di giustizia possa derubricarle a «trattamenti sanitari» passibili di sospensione.
Lo so, i due casi non sono comparabili. Il dottor Melazzini ragiona, parla, viene portato in giro per l’Italia, la mattina riesce persino a curare i suoi pazienti alla clinica Maugeri di Pavia. Eluana Englaro, in stato vegetativo dal 1992, non può far nulla di tutto questo. Ma è proprio la Corte d’appello di Milano a rimarcare di non essersi pronunciata «sulla qualità della vita» dell’inferma bensì sulla volontà espressa in anni lontani dalla giovane donna, la quale mai e poi mai - secondo le convergenti testimonianze rese dal padre e dagli amici - avrebbe voluto tirare avanti in simili condizioni.
Dunque è stato riconosciuto «il rispetto dell’autodeterminazione e della libertà delle persone», ha plaudito il presidente della Consulta di bioetica, cioè il potere del singolo di pretendere la morte, sia pure «in hospice o altro luogo di ricovero» adeguato, come prescrivono i giudici, consapevoli che il decesso per inedia non è un bello spettacolo. «Morirà di fame e di sete, c’impiegherà almeno 15 giorni, sarà un’agonia crudelissima», mi ha detto sconfortato il dottor Giovanni Battista Guizzetti, che a Bergamo cura 24 malati in tutto e per tutto uguali a Eluana Englaro. «Almeno avessero il coraggio di farle un’endovena di morfina ad alto dosaggio...». Dal 1996 a oggi Guizzetti ha visto risvegliarsi ben 12 dei suoi pazienti. Chissà se qualche toga avrà vagliato questa remota possibilità.
Quali sono i parametri biologici, intellettuali, funzionali che distinguono la vita dalla non vita? Per Indro Montanelli l’impossibilità di recarsi in bagno da solo costituiva una condizione già sufficiente per congedarsi da questo mondo. Il lebbroso Francesco e i suoi compagni di sventura volevano solo morire, cercavano di appiattirsi le papule col ferro rovente nel Terzo isolamento dell’ospedale San Martino di Genova; molti di loro portavano il cucchiaio alla bocca ma la minestra gli usciva dai due buchi soprastanti perché il naso non ce l’avevano più. Poi Francesco ha incontrato un’altra hanseniana, Pina, e l’ha sposata. Sono entrambi guariti. Se un tribunale 46 anni fa avesse dato retta a entrambi, non avrei passeggiato con loro per le strade di Genova.
La dignità di una persona non dipende, non potrà mai dipendere, dalle sue condizioni fisiche. E io penso che anche gli atei dovrebbero cominciare ad aver paura di un Paese dove il potere che un tempo si attribuiva a Dio da ieri è nelle mani dei giudici.
Stefano Lorenzetto
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