Condannata a morte per essersi difesa dal suo stupratore

Minorenne, uccide uno degli aggressori per proteggere anche la nipote. Ma i giudici iraniani non hanno avuto pietà

Dicono che di nascosto usino l’ipod, bevano birra e comprino vestiti alla moda. Dicono che di nascosto sognino di fare la rivoluzione con il rossetto, il foulard colorato e i sandali che lasciano intravedere i piedi. Hanno occhi scurissimi, immensi, vivaci, sguardi bellissimi e poca voglia di abbassarli. Nonostante la restaurazione oscurantista, nonostante l’Iran di Mahmoud Ahmadinejad abbia cancellato piccoli gesti che qui sono grandi conquiste: tenersi per mano in pubblico, frequentare lo stesso locale, ragazzi e ragazze, come in un qualsiasi caffè europeo. Le donne dell’Iran sono tornate ostaggio della Sharia. Continuano a non aver diritto di entrare in uno stadio, di andare in moto, di tenere i figli in caso di divorzio. E a rischiare la morte per difendere la vita.
Come è successo a Nazanin, ragazzina minorenne, figlia di un Iran che non cambia mai. Al parco pubblico di Karaj, più o meno trenta chilometri a ovest di Teheran, è sempre stata affezionata. Ci va appena può con Somayeh, che anche se ha un anno meno di lei, sedici, è sua nipote. Confidenze tra ragazzine, scambiate sottovoce, a primavera appena sbocciata. È marzo, ma non un giorno come un altro. Ci sono tre giovani nel parco, hanno brutti sguardi, forse nemmeno sanno di aspettare lei. Ma quando la vedono entrare, il viso scoperto, incorniciato dal foulard, la tunica fino ai sandali, soprattutto indifesa, il pensiero dei tre diventa uno solo. Sono soldati della forza paramilitare Bassij di stanza in città, modi spicci e nessuna pietà. Camminano sui loro passi, aspettano il momento, l’angolo isolato del parco, le mettono al muro, quasi fossero un nemico in battaglia. Nazanin e Somayeh gridano, piangono, chiedono pietà, invocano Allah. Nessuno sente, nessuno vede. E chi vede e chi sente fa finta di niente.
Nessuno dei tre aguzzini immagina però che sotto la tunica Nazanin non nasconde solo quello che cercano, ma anche un coltello per difenderlo. Un colpo secco, tirato all’improvviso, la tunica che si colora del sangue del suo violentatore. Lo ferisce alla mano, lo rende ancora più feroce, ma almeno c’è l’attimo per fuggire. I tre le sono di nuovo addosso e stavolta il colpo non perdona. Arriva dritto al petto e non lascia scampo. Sono salve, però...
In tribunale Nazanin si è difesa con la verità: «Non volevo uccidere quell’uomo - ha detto tra le lacrime -. Volevo solo difendere me e mia nipote. In quel momento non sapevo cosa fare, perché nessuno veniva ad aiutarci». La dinamica è chiara, i giudici non hanno dubbi: condanna a morte per Nazanin, impiccagione, nessuna pena e nessuna colpa per i suoi violentatori. Ci sono ancora tre gradi di giudizio e appelli da tutto il mondo per salvarla, ci sono ancora speranze ma bene che vada per lei ci sarebbe solo l’ergastolo. Dove forse sarà più libera.