«Condannate Corona a 7 anni» E Belen scoppia a piangere

AGITATO Seduto vicino al suo avvocato, non sta fermo un attimo durante la requisitoria del pm

Visto da vicino, nel giorno più difficile della sua carriera di imputato, Fabrizio Corona ha tutta l’aria di chi ha vissuto una vigilia tormentata. All’appuntamento con la requisitoria del pubblico ministero Frank Di Maio, il «re del gossip» si presenta con i segni della nottataccia stampati in volto. E il modo brutale («una buffonata») con cui reagisce alla richiesta del pm, che lo candida a sette anni e due mesi di carcere, è la prova finale che anche lui, il ragazzaccio bello e maledetto sui cui i guai sembravano scivolare come sul teflon, è arrivato al punto di rottura. Il punto in cui, sotto l’aria da Sparafucile, sente che il peso di tutte le stupidaggini compiute finora rischia di piombargli addosso, e la terra gli inizia a franare sotto i piedi.
Giacca blu, occhiaie scure fino a mezza guancia, Corona arriva in aula puntuale. Si va a sedere in prima fila, accanto al suo difensore Giuseppe Lucibello. Ma non riesce a stare fermo. Si stravacca, abbraccia l’avvocato, poi si stira, poi si sdraia sul banco come per dormire. Si rialza. Un po’ ascolta, un po’ no. Quando Di Maio dice qualcosa che lo fa particolarmente arrabbiare, si agita tutto. Si gira all’indietro, verso la panca dove ci sono sua madre e la sua donna, Belen Rodriguez. Chiama la mamma vicina, confabula con lei. Si passa tra i capelli col ciuffo la mano carica di anelli e di bracciali. Torna a sedersi. Belen, alla fine, sarà l’unica a non reggere la tensione e a sciogliersi in lacrime.
«Un ragazzo intelligente che ha usato la sua intelligenza nel peggiore dei modi», lo definisce il pm, e in un certo senso è anche un complimento. Ma sia Di Maio sia Corona - che per due anni si sono studiati a vicenda, magari per un po’ si sono pure trovati simpatici, comunque si sono rispettati - sanno che il tempo delle buone maniere è finito.
Il processo va verso la conclusione, e se finirà come vuole Di Maio sul rampollo sciupacuori si abbatterà una condanna che nessun indulto o altra scappatoia impedirà di tradurre in galera vera e lunga. E questo per Corona è tanto più difficile da accettare quanto più egli è convinto che qui, sul banco degli imputati, ci dovrebbe stare non lui ma un mondo intero, il mondo fatuo e rutilante del pettegolezzo, con le sue manfrine, i suoi astri effimeri, i suoi amori fasulli. Il mondo del privè dell’Hollywood, degli scatti combinati, dei calciatori brocchi e affascinanti.
Di questa Milano fannullona e imbrogliona - il pubblico ministero lo ricorda ieri nella sua requisitoria - Corona si considera in qualche modo il predatore legittimo, un Robin Hood arrivato a rubare ai ricchi e a ridistribuire giustizia. E in parte la storia di questo processo lo conferma, con le incredibili sfilate di vittime che si affannavano a difendere lui, Corona, il loro ricattatore, «erano semplicemente delle foto brutte, Fabrizio mi ha fatto un favore a farle sparire dalla circolazione». Ma i reati, per la legge, sopravvivono anche alle verità delle vittime. E poi ci sono le testimonianze dei due taglieggiati - Adriano Leite Ribeiro, grande calciatore e bevitore compulsivo, e Lapo Elkann, dorato precursore dei fasti marrazziani - che al ricatto non si sono piegati. E che in aula hanno inchiodato Corona.
Due udienze, e arriverà la sentenza. La giustizia è farraginosa, a volte bolsa, ma non si ferma, e quando deve tritare trita. Forse il giorno del verdetto Fabrizio si pentirà del beau geste di lanciare gli slip alle fan, dalla finestra della casa dove stava agli arresti domiciliari.