Condannati all'insicurezza

Leggete per sapere a chi dovete essere grati se l'unico Paese europeo a non avere una legge di sicurezza e tutela dei confini è proprio l'Italia. «Il maxiemendamento sul quale il governo ha posto la fiducia - ci aveva spiegato nel pomeriggio il capogruppo del Prc al Senato, Giovanni Russo Spena - riprende fedelmente tutti gli emendamenti sui quali in commissione era stata raggiunta un'intesa nella maggioranza. Il risultato è un testo equilibrato, che contempera le esigenze della sicurezza e la tutela dei diritti. Restiamo contrari all'uso di uno strumento emergenziale come il decreto, per di più deciso sull'onda emotiva di un tragico fatto di cronaca. Riteniamo tuttavia che, grazie al paziente intervento della sinistra unita, un testo originariamente incostituzionale e venato da componenti razziste e xenofobe sia stato correttamente ricondotto nell'alveo costituzionale e al rispetto delle direttive europee ». Capito?

Senza la sinistra antagonista, critica, arcobalenica, turigliattesca, ferrandiana, Prodi è perduto, loro hanno ricondotto il governo, che si era scapigliato e lasciato andare al razzismo dopo l'ennesima violenza e l'ennesimo omicidio, che aveva minacciato nientemeno che qualche espulsione per i criminali, al rispetto dell'alveo costituzionale. Veltroni ha mandato giù, anche con un bel calcio. È finita così, con un sì stentato, stentatissimo, con il ministro Vannino Chiti che mercoledì ripeteva tronfissimo «non c'è bisogno di fiducia, la maggioranza è solida», ma il giovedì, caduto due volte il governo nel voto, chiedeva imperturbabile la famosa fiducia, per la ventiquattresima volta; con Anna Finocchiaro, capogruppo dal cipiglio severo ma dai risultati scarsi, che parlava vagamente di necessità di «una sessione più asciutta», e con maggiore cognizione di causa di «ostruzionismo continuo dell'opposizione».

Ieri c'era una bella atmosfera da grand guignol al Senato. In fondo, come ha bofonchiato a una cert' ora il ministro Mastella, «siamo qui ma abbiamo preso 400mila voti in meno, forse anche noi siamo degli irregolari». Lo stesso Clemente Mastella attaccava Fausto Bertinotti: se cade il governo si deve dimettere. Ma poi a tarda sera convocava i giornalisti allo spettacolo: venite, che la vedo proprio brutta. Lamberto Dini aveva la faccia dei giorni scuri: questo governo è in disfacimento, è finito. Giulio Andreotti ripeteva che «no, questo emendamento non lo posso votare». Il dubbio aveva colpito anche i teodem guidati da Paola Binetti ed Enzo Carra: che c'entra l'identità di sesso in questa storia? Cossiga pure tentennava. Dei ministri importanti neanche l'ombra, le loro sedie vuote oscenamente.

Lo svilimento delle nostre istituzioni, altro che alveo costituzionale, era compiuto. Il nostro amatissimo presidente della Repubblica mercoledì dichiarava che questo tipo di misure si prendono cooperativamente, tutti insieme come per la spesa alla coop, il giorno seguente a domanda rispondeva: «Ci penseranno i parlamentari». Una sfinge. Perché mai il centrodestra è stato così cattivo con l'appello a cooperare? Voleva tre cose, giudicate voi quanto erroneamente. 1) Espulsioni reali. Le persone espulse devono essere accompagnate alla frontiera. Consegnare loro un foglio di «via» è inutile in quanto, come avviene oggi per gli extracomunitari, la persona non lascia mai il territorio italiano di sua volontà. 2) Chi non ha lavoro non può restare in Italia (come la direttiva dell'Unione Europea del 2006 impone ai Paesi membri). Il governo italiano non ha ancora recepito questa direttiva. Chi non è in grado di provare una fonte di reddito è a forte rischio d'essere manovalanza delle organizzazioni criminali italiane. 3) Maggiori fondi per la polizia italiana. Ci sono nel decreto presentato da Romano Prodi? Sono stati accolti come emendamenti dell'opposizione in Senato? No, grazie alla Sinistra unita, antagonista, eccetera. La colpa, ora lo sappiamo, è dei sindaci forcaioli e di donne come Giovanna Reggiani. Non si va in giro da soli per Roma, bastava dirlo subito.