Condannati a morte gli amici di Menghistu

Sedici gerarchi del regime sono in galera in attesa
dell’esecuzione. Altri due sono "ospiti" nella nostra ambasciata
ad Addis Abeba

Li hanno condannati a morte assieme al loro capo, l’ex dittatore rosso Hailé Mariam Menghistu, per il genocidio del popolo etiopico. Sedici gerarchi del passato regime languono in galera in attesa dell’esecuzione. Altri due sono invece «ospiti» nella nostra ambasciata ad Addis Abeba e il boia non andrà mai a prenderli. Si tratta di Berhanu Baye, il ministro degli Esteri di Menghistu, e del generale Addis Tedla, capo di stato maggiore di allora. Una storia incredibile, che va avanti dal 1991, quando crollò il regime sanguinario di Menghistu e quattro suoi gerarchi trovarono rifugio nella nostra rappresentanza diplomatica. Fra questi il vice primo ministro di allora, Hailu Yemeni, suicida nel 1993. L’ex presidente etiopico dopo la fuga di Menghistu, Tesfaye Gebre Kidan, è stato invece ucciso nel 2004 con una bottigliata in testa da Berhanu Baye. La rissa è scoppiata nella zona dell’ambasciata dove vivevano da 13 anni.

I «rifugiati» sono stati sempre considerati criminali di guerra dal governo etiopico, che da tempo ne chiedeva la consegna. Oggi dovrebbero avere circa 65 anni. Il ministero degli Esteri di Addis Abeba ha sempre avuto una posizione netta: «Concedere rifugio a criminali che devono rispondere di genocidio e crimini di guerra contravviene alle convenzioni internazionali». Lo scorso anno la cricca di Menghistu, assieme ai due «ospiti» dell’ambasciata italiana, era stata condannata all’ergastolo. La Procura generale ha fatto appello e la Corte suprema ha emesso la sentenza capitale due giorni fa. Una condanna definitiva, che dovrà però essere controfirmata dal primo ministro Meles Zenawi.

Il «Negus rosso», come era soprannominato Menghistu, è responsabile con il suo regime, secondo Amnesty International, dell’arresto e uccisione di almeno mezzo milione di persone. Durante il periodo del «terrore rosso», fra il 1977 e il ‘78, le sparizioni e le torture dei «borghesi» erano all’ordine del giorno. Per Save the Children finirono nella sanguinaria repressione anche mille bambini. Menghistu e i suoi, infine, cercarono di utilizzare l’arma della fame per piegare il proprio popolo, causando milioni di morti. I guerriglieri dell’attuale primo ministro entrarono ad Addis Abeba nel maggio del 1991. Il Negus rosso, fuggito nello Zimbabwe, ha scelto un esilio dorato protetto da un altro dittatore, Robert Mugabe. I rifugiati del suo regime nella nostra ambasciata vivono invece a spese del contribuente italiano. Ospiti in un bungalow di Villa Italia, che fu la dimora del viceré Amedeo D'Aosta. Oggi è una delle più belle ambasciate dell’Africa. Secondo il quotidiano francese Le Monde i condannati per genocidio «hanno ciascuno la loro camera, ma con la sala da pranzo in comune, l'obbligo di spartirsi i giornali messi a disposizione e il divieto di corrispondere con l'esterno».

Gli aspetti poco chiari di questa vicenda non mancano. A cominciare dal 1991, quando l'ambasciata aprì le porte ai fuggitivi. In realtà sono in molti a sospettare che sia stata Washington a chiedere al nostro governo di mettere in salvo almeno qualcuno degli «ospiti», come il generale Addis Tedla. L’ex colonnello Berhanu Baye, prima di diventare il capo della diplomazia di Menghistu, era stato ministro della Cooperazione allo sviluppo. Sa molte cose del Fai, il Fondo aiuti italiani guidato in quegli anni dal socialista Francesco Forte. Per non parlare del progetto faraonico del Tana Beles, che costò all’Italia 800 miliardi finiti in gran parte in fumo. Dopo l’annuncio della sentenza capitale per la cricca di Menghistu, dalla Farnesina non trapela alcuna dichiarazione. Per legge l’Italia non può consegnare o estradare nessuno che sia stato condannato a morte.
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