Condannato un dentista per la musica nello studio

D’ora in poi sulla musica di sottofondo che allieta, si fa per dire, le sale d’aspetto del dentista così come le hall degli alberghi o i bar nelle ore di punta, potrebbe scendere un talebano black out. Almeno fino a quando non verranno chiariti gli effetti della clamorosa sentenza del Tribunale di Milano che ha condannato l’ex presidente dell’Associazione Nazionale Dentisti Italiani a risarcire l’Scf, acronimo del Consorzio fonografici che tutela i compensi a favore di artisti e produttori discografici. Ente di cui, per la verità, la maggioranza del pubblico ignorava l’esistenza e che affianca la Siae sull’annosa questione dei diritti d’autore. Ora però questa sigla sarà meglio che resti ben impressa nella mente di tutti i titolari di pubblici esercizi o di studi professionali abituati a diffondere musica radiofonica o comunque registrata. Un diritto sacrosanto, sia ben chiaro, ma che si paga, come ha avuto modo di sperimentare il malcapitato dentista. Malcapitato ma non incredulo. «Prima di ricorrere alla citazione in giudizio - dice al Giornale il presidente di Scf Saverio Lupica - abbiamo cercato più volte di trovare un accordo con l’associazione dei dentisti per ottenere la quota annuale prevista dalla legge sui diritti d’autore, ma che nessuno di loro ha mai pagato. Invano». Una quota che secondo l’Scf si aggira attorno ai 90 euro, non certo un’enormità considerate le parcelle dei dentisti. E allora i rappresentanti dei discografici hanno fatto scattare un blitz, con controlli a random nelle sale d’aspetto degli studi a cominciare da quello dell’allora presidente dell’associazione Roberto Callioni. Alle prime note di Eros Ramazzotti sono partite le denunce. «Ricorreremo in Cassazione ed eventualmente anche alla Corte europea» dice il dottor Callioni che all’epoca del contenzioso era ai vertici dell’Andi, da maggio presieduta da Gianfranco Prada. «La nostra è una questione di principio perchè è assurdo equiparare uno studio privato che riceve su appuntamento a un pubblico esercizio come i grandi magazzini o i locali notturni. Se accettassimo questo iniquo balzello innescheremmo un precedente che, tanto per dirne una, vedrebbe battere cassa anche la Siae che abbiamo pagato ingiustamente fino agli anni Ottanta». Ma quella del Tribunale di Milano, che ha stabilito come la diffusione di musica all’interno di studi privati rappresenti una forma «di pubblica utilizzazione», potrebbe segnare un prima e un dopo. «Non ne sarei così convinto - dice Callioni - perchè un’altra sentenza recente ha dato invece ragione a un collega». Di sicuro, la questione farà discutere perchè in fondo riguarda tutti gli utilizzatori in pubblico di musica registrata, finanche i tassisti. «In fondo - riprende Lupica - parliamo di una legge del ’41 ma che fino al 2000, anno di costituzione della Scf, non è di fatto mai stata rispettata. I bar sono obbligati a pagare una quota annuale di 50 euro, ma certo non possiamo fare controlli a tappeto». E i dj che ne pensano? Per Nick, il re di «Montecarlo Night», i distinguo sono doverosi. «Penalizzare i dentisti mi pare un’esagerazione, anche perchè la musica in sala d’aspetto ha un valore terapeutico. E poi allora bisognerebbe far pagare anche chi fa una festa in casa propria...». Secondo un altro re delle radio private, Linus, si tratta di un segnale della grave crisi in cui versano le case discografiche. «Si cerca di raschiare il fondo del barile in un settore che da due anni ha perso l’80% dei posti di lavoro. Ma il principio di far pagare i pubblici esercizi è sacrosanto».