«Condannato da un giudice che mi aveva già processato»

L’ex dirigente del Sisde Contrada si sfoga dopo la sentenza: «Non credo più in questa giustizia»

Gian Marco Chiocci

nostro inviato a Palermo

Per Bruno Contrada si preannuncia lunghissima la notte che segue la condanna. Non ne vuol sapere di andare a dormire. Riceve gli amici a tardissima ora, l’adrenalina è ancora in circolo ma lo sguardo è più dolce del previsto. Rincuora lui gli avvocati Sbacchi e Milio seduti in salotto: «Caro Gioacchino, caro Piero, a questo punto io non ho alcuna fiducia nell’ennesimo ricorso in Cassazione. Facciamolo, certo, ma vedrete che si ripeterà la storia dell’altra volta, quando ordinarono un nuovo processo nonostante l’assoluzione scontata chiesta dal procuratore generale. Ricordate? Centinaia di pagine di motivazioni ricopiando, pari pari, la sentenza di primo grado senza nemmeno una riga della difesa. Ecco perché non credo più in questa giustizia. A questo punto mi restano due sole cose da fare...». Silenzio. Lunghissima pausa. «Non avendo più nulla da perdere mi restano due opzioni: un colpo di rivoltella alla testa o la battaglia. Bene, deludo gli avvoltoi che mi vorrebbero al camposanto e inizio sin da ora a combattere, ma fuori dai tribunali! Voglio far conoscere a tutti questo processo kafkiano, indecente, assurdo, pazzesco, dove i pentiti che resuscitano i morti per accusarmi valgono più degli onesti vivi che li smentiscono. Non c’è difesa contro questa giustizia. E non parlo solo di me, un pensiero adesso va al caro Ignazio (D'Antone, suo ex braccio destro, ndr) condannato nello stesso modo: attraverso le bugie di criminali patentati. Povero Ignazio, un onest'uomo in cella, lo sapete, no?, non può nemmeno dormire sdraiato perché soffre di dolori pazzeschi alla schiena. Hanno condannato me per condannare lui, e viceversa». Nessuno fiata, Contrada continua: «Sbaglio, avvocati? Ditemi se sbaglio? Come ci si difende da processi così, da assassini che per convenienza si pentono, guadagnano la libertà e vengono pure stipendiati dallo Stato? Non ce n’è uno di questi signori che è stato condannato per calunnia di fronte a menzogne riscontrate. Nemmeno quel Giuseppe Giuga di Catania che ha confessato d’aver accusato falsamente il sottoscritto perché così gli aveva suggerito un altro collaboratore di giustizia. Se i pentiti dicono minchiate, vengono smentiti dalle prove o sconfessati dai testi, passi. Se io non ricordo esattamente cosa ho fatto il pomeriggio di un giorno di marzo di vent’anni fa, finisco in croce». Contrada è costretto a interrompere di continuo il suo sfogo. Il telefono è bollente, c’è Stefania Craxi. «Tutti mi dicono la stessa cosa: è una vergogna. Voglio combattere senza star dietro a ciò che in queste ore mi sta arrivando all’orecchio. Veleni, insinuazioni, coincidenze. Ecco, prendete il presidente Scaduti che ieri mi ha condannato. Mi dicono in tanti: si sarebbe dovuto astenere. Non tanto perché è il cognato di quel giudice De Francisci che pubblicamente affermò che finché io fossi stato libero vi sarebbero state le stragi, ci mancherebbe. Ma perché...» lo ha giudicato due volte, allo stesso modo, stante l’incompatibilità. Gelo in salone. Stavolta non parla Contrada, parlano le carte. Il primo ottobre 1993 Scaduti presiedeva il tribunale del Riesame che rigettò la richiesta di scarcerazione del superpoliziotto sposando la decisione del gip basata sui pentiti, ravvisando pericoli di fuga dell’imputato, sollevando serie perplessità su ciò che poi è diventato l’arma d’accusa del Pg nella sua ultima replica in aula: il presunto aiuto fornito da Contrada nella fuga di un certo Tognoli.
Per il codice, il doppio giudizio rappresenta un chiaro caso di incompatibilità. Stando a due interlocutori telefonici Scaduti si sarebbe dovuto astenere a prescindere dall’eventuale ricusazione - che non c’è stata - da parte degli avvocati Milio e Sbacchi. Questo per dare un senso alla raccomandazione del presidente Ciampi sui magistrati che devono essere, e apparire, imparziali. C’è una sentenza - fa presente un altro ospite - esattamente la numero 131 del 24 aprile 1996, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 34 comma 2 nella parte in cui non prevede che non possa partecipare al giudizio il componente del tribunale del Riesame che si sia pronunciato su un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti del medesimo imputato. Com’è stato possibile, allora? «Chiedetelo al Csm - conclude Contrada -. Io so solo che mi hanno arrestato mentre stavo per prendere Provenzano, condannato mentre si riparla di istituzioni “deviate” per l’agenda scomparsa di Borsellino, distrutto definitivamente perché sennò crollava la procura di Palermo che da un po’ di tempo ha trovato, nella Corte d’appello, una sponda che gli raddrizza i processi eccellenti. Non voglio fare come Andreotti o Mori, che dopo l’assoluzione hanno smesso di combattere i loro detrattori. Io adesso vado fino in fondo. Farò i nomi dei pupari, stanerò chi tira i fili perché è ora di interrompere le infinite repliche di questo inguardabile teatrino».
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