Condannato per non aver scritto

Leggo che Vittorio Feltri, giornalista di grande qualità e di cattivo carattere (le due notazioni quasi sempre s’accompagnano) è stato condannato a un anno e mezzo di carcere per diffamazione a mezzo stampa e allora mi coglie il dubbio di non essere più nel Vecchio Mondo, nell’Europa delle garanzie e della libera espressione del pensiero, ma in un continente remoto nel tempo. A poco a poco riesco a mettere a fuoco e debbo riconoscerlo: sono in Italia, siamo in Italia, forse siamo nel 2006 e ci divertiamo a farci del male davanti a tutti. Siamo pronti a difendere la libera stampa fino allo stremo, però evidentemente se capita l’occasione di bastonare in maniera esemplare e pedagogica un giornalista che ha il vizio di cantare fuori del coro, la si coglie al volo. Si dà una lezione a Feltri perché è Feltri, poi chissà che qualcun altro non impari, non rifletta, non si cheti. Oltre tutto, Feltri non si preoccupa mai di risultare «politicamente corretto», ha la colpa (grave, lo ammetto) di avere uno stile diretto e puntuto, che lascia ben poco spazio al birignao cauteloso di chi non ha nulla da dire, e allora lo si colpisce come se, per il suo lavoro, non usasse strumenti di scrittura, ma il «piede di porco».
La condanna a diciotto mesi di reclusione è stata inflitta – in primo grado, giudice monocratico di Bologna – per una notizia apparsa nel 1999 sul Quotidiano nazionale di cui Feltri era allora direttore editoriale. In questa notizia erano contenuti i primi duecento nomi che figuravano nel «dossier Mitrokhin», resi noti dalla Commissione stragi, fra i quali quello del senatore Ds Gerardo Chiaromonte. Sempre in quel pezzo si precisava che non tutti coloro che figuravano nell’elenco erano spie o informatori del Kgb; taluni nomi erano stati annotati dai sovietici come di persone da coltivare o contattare e che comunque potevano essere del tutto ignare dell’interesse suscitato. Ad ogni modo, il senatore diessino sporse querela; morì, poi, nel 2003.
Feltri non ha scritto né commentato nulla: in qualità di direttore editoriale (non direttore responsabile, sia chiaro) è stato condannato per concorso «con ignoto articolista» nel reato di diffamazione a mezzo stampa. È corretto inchiodare il direttore editoriale a una simile responsabilità? Non è curioso che Feltri, protagonista di tante polemiche, sia stato così duramente condannato per ciò che non ha scritto? Il caso è poco chiaro, forse i successivi gradi di giudizio porteranno un po’ di luce.
Ma il vero problema è un altro, è esattamente quello di una pena assolutamente sproporzionata, resa possibile da una legge superata, pensata in un diverso Paese e in una diversa stagione. Nemmeno un «articolo satanico» o una vignetta blasfema vengono puniti, in Europa, con una simile pesantezza, anzi non vengono puniti.
La tendenza oggi è quella di depenalizzare, di non usare lo strumento della detenzione per i reati d’opinione, sicché un’applicazione della legge sui «delitti commessi a mezzo stampa» simile a quella sperimentata su Feltri lascia perplessi e, soprattutto, preoccupati. Non è che contiamo su una mobilitazione degli organismi di categoria dei giornalisti, i cui dirigenti talvolta danno prova di strabismo, nel senso che non vedono i tentativi di condizionamento dei colleghi politicamente scorretti, anzi, incorreggibili. Contiamo sulla riflessione dei cittadini lettori che ogni tanto s’interrogano sulla libertà, sulle libertà. Annotiamo anche questa.