Condannato per terrorismo, tratta sulla moschea

Una stretta di mano che fa discutere. Ripetuta. Prima a luglio, poi di nuovo due giorni fa. Quella fra il prefetto di Milano Gian Valerio Lombardi e l’imam di viale Jenner, Abu Imad, che il 20 dicembre scorso è stato condannato in primo grado a 3 anni e 8 mesi per associazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo. Due giorni fa è stato fissato - per il 22 ottobre - il processo d’appello.
In quegli incontri ufficiali l’imam accompagnava il presidente del centro islamico, Abdel Hamid Shaari. Vertici convocati per risolvere il problema della preghiera a Milano: trovare un luogo per le centinaia di fedeli che fino a luglio si riunivano nella moschea-garage di viale Jenner, e sui marciapiedi, e per strada, con enormi problemi per i residenti.
Ora quei vertici imbarazzano. «È un pasticcio», dice Souad Sbai, deputata del Pdl, presidente dell’associazione della Comunità marocchina delle donne e membro della Consulta sull’Islam italiano istituita presso il ministero degli Interni. «Non si capisce più niente - la critica -. La Consulta è stata istituita per isolare gli estremisti, sarebbe meglio incontrare solo chi firma la Carta dei valori. Io sono rimasta non solo sorpresa quando ho letto di quegli incontri, ma arrabbiata, direi scandalizzata. Ho protestato per prima, perché in questo modo si dà un esempio non positivo alla comunità degli immigrati. Molti moderati sono choccati per fatti di questo tipo. Comunque la battaglia dei moderati - e la mia al loro fianco - non si ferma, continua a testa alta».
Meno severo, ma pur sempre critico, il giudizio di Davide Boni, capodelegazione leghista in Regione, che ha seguito la vicenda da vicino: «Io ho evitato di incontrare quell’imam. Per quanto riguarda Lombardi, con cui lavoro molto bene, si tratta di una scivolata, non voluta. Sta lavorando molto sul caso, sulla spinta forte del governo. Il prefetto ha abbozzato, ma su questo poteva avere più attenzione. Qui non si tratta di un furto di biciclette. Noi non abbiamo voluto creare un caso, ma in effetti è imbarazzante. E Shaari su questo ha giocato sporco».
«Sono accuse tirate per i capelli - risponde il presidente del centro di viale Jenner, Abdel Hamid Shaari - discorsi che lasciano il tempo che trovano. Il nostro imam è libero di circolare e incontrare chi vuole, fino a che chi lo critica non riduca a un grado di giudizio il processo penale italiano. Abu Imad è stato incarcerato in Egitto dopo l’assassinio di Sadat, ma insieme a 10mila altre persone». Shaari conferma ciò che ha detto in passato su quel che «bolle in pentola» in viale Jenner: «Devo fare la minestra con le verdure che ho, lo ribadisco, parlo di cultura ed educazione delle persone che frequentano il centro». Viale Jenner una palestra di combattenti jihadisti? «Chi lo dice lo deve provare, ma noi non quereliamo nessuno, non vogliamo che facciano le vittime».
Il prefetto si richiama alla vicenda giudiziaria: «L’autorità giudiziaria ha stabilito che questo signore ha titolo di restare in Italia, perché ha avuto un atteggiamento collaborativo. Non sono io a dover dare patenti. E la Costituzione vale per tutti. Finché non c’è una sentenza definitiva è così. Io ho sempre convocato Shaari, come rappresentante della comunità».