"Condividere sì, ma non troppo Altrimenti diventa tirannia"

Giulio Giorello: "Giusto collaborare per risolvere i grandi problemi, purché non sia imposto dall'alto E dobbiamo difendere le nostre zone d'ombra"

Giulio Giorello, filosofo della Scienza, è famoso per la contaminazione di cultura «alta» e cultura pop, come nei suoi libri La scienza tra le nuvole. Da Pippo Newton a Mr Fantastic e La filosofia di Topolino. Il suo prossimo lavoro, che sta scrivendo con il fisico Elio Sindoni e uscirà in autunno per Cortina, sarà «sulla ricerca di vita, possibilmente intelligente, nei pianeti extrasolari». Il suo ultimo saggio, invece, era dedicato alla Libertà (Bollati Boringhieri) e, in particolare, a «come fare coesistere libertà e solidarietà. Ora si dice condivisione...».

Condivisione, professor Giorello, è la parola del momento. Forse troppo?

«Ci sono due modi diversi di intendere la condivisione. Il primo, che approvo, è quello teorizzato a suo tempo da Spinoza, il grande filosofo».

Sarebbe?

«Che di fronte alle sfide dell'ambiente, diciamo così, e ai pericoli del mondo in cui viviamo, dalle catastrofi alle risorse insufficienti, dai problemi alimentari alle emergenze, è bene collaborare, perché da soli si fa poco».

La condivisione di fronte ai problemi?

«Certo. È alla base della collaborazione: condividi alcuni obiettivi e accetti la fatica e il lavoro da fare insieme per raggiungerli. Molto meglio che la lotta titanica e disperata di uno solo. Poi, oggi, accade che non ci sia solamente una condivisione dei singoli dentro lo Stato, che peraltro si basa sulla condivisione, ma anche fra alcuni Stati».

Che cosa condividono?

«Metodi e progetti. Per intenderci, l'esempio più interessante è quello della scienza: ognuno può dire ciò che pensa, deve solo essere in grado di sostenerlo, e la critica stessa è una forma di condivisione».

È un modello?

«È una lezione di democrazia e di meritocrazia, perché non contano la religione, i soldi che hai, la classe sociale a cui appartieni, per quale squadra di calcio tifi: contano competitività e capacità. Quindi democrazia, nel senso buono del termine, non quella tirannia della maggioranza che non mi piace per niente».

Che cos'è la tirannia della maggioranza?

«Nel 1623 Galileo Galilei scrisse: la gente voterebbe tutta per Tolomeo contro Copernico. Ma la ricerca scientifica è una gara: conta che il cavallo sia più veloce. E, soprattutto, la scienza va condivisa e resa pubblica. In questo senso, il Cern è un modello».

Che cosa ci insegna?

«Si è dimostrato capace di competere a livello internazionale con strutture metastatali come quelle americane e russe. In piccolo è quello che l'Europa dovrebbe essere e che non è, perché l'Europa politica non è all'altezza».

Un grande esempio di condivisione...

«Non riesce nemmeno a condividere i problemi più pressanti, come l'ondata di migranti. Né è in grado di prendere una direzione comune in politica estera, per esempio in Medio Oriente, dove il buon vecchio zar Putin è più bravo di noi».

Che cosa dovrebbe fare l'Europa?

«Guardi, io sono europeista. Dovrebbe trovare forme di condivisione ispirate alle sue tradizioni migliori. Quello che si riesce a fare nella scienza, cioè trovare elementi comuni, problemi e metodi da condividere, dovrebbe essere traslato in campo politico e sociale. Un'idea che peraltro non è mia, era già di Thomas Jefferson, il ribelle della Virginia».

Che cosa diceva Jefferson?

«Diceva che, come gli scienziati condividevano le loro intuizioni, così dovevano fare i singoli stati della Federazione: ciascuno fa del suo meglio e poi lo mette in comune».Sembra facile.«Jefferson era un pensatore politico e un filosofo vero. Altro che tutte quelle chiacchiere retoriche sull'empatia e la condivisione. Il fatto è che bisogna condividere i problemi e gli strumenti per risolverli, non tutto».

Condividere tutto non va bene?

«Io sono contrario. È una forma di condivisione per me poco interessante e deleteria, l'altro modo di intenderla. Mi ricorda un'opera teatrale di Paul Claudel, ambientata nel Medioevo cupo dell'immaginario in cui c'è una donna fortunata e opulenta la quale, per condividere, bacia un lebbroso. Ecco, questo atteggiamento mi fa schifo».

Addirittura?

«I lebbrosi non si baciano, si cercano gli strumenti adeguati per curarli. Condividere non è assumere la sofferenza degli altri su di sé, bensì trovare modi razionali per ridurla o eliminarla. La condivisione sofferta della religione non mi interessa».

Che altro non le interessa?

«Sono un individualista e ci sono un mucchio di cose che non voglio condividere: gusti, credenze non religiose ma generali, filosofia, piccoli vizi, perfino il tifo, anche se non tifo e l'unica partita che abbia visto era di calcio gaelico, giocava il Donegal».

Ma quindi condividiamo troppo?

«Ci sono scelte interiori che non vedo la necessità di esplicitare, o che altri condividano. E non voglio che altri attingano alla mia riserva di whisky, per esempio. Tutt'altro conto è condividere problemi seri, farcene carico comune come è giusto e condividere i metodi per affrontarli, i quali di solito ce li indica la scienza applicata».

Un esempio di questi metodi?

«Se in un Paese c'è scarsità di acqua serve un sistema razionale per non sprecarla. E, se funziona bene, puoi anche riuscire non solo a risparmiarla, ma a esportarla. È quanto avviene in Israele, e così ne beneficiano anche i popoli vicini, che per inciso sono palestinesi e giordani».

Questa è la condivisione che le piace?

«Sì, una condivisione laica, non populista. In questo, un sano individualismo ci salva da qualunque progetto di condivisione imposto dall'alto. Contro la tirannide io rispondo come sosteneva Jefferson: con le pistole».

Ma condivisione e libertà come si conciliano?

«Se non c'è libertà, la condivisione è oppressione. Non è facile conciliarle ma, diceva Spinoza, le cose eccellenti sono tanto difficili quanto rare. Conciliarle è una cosa eccellente: proviamoci».

Altri buoni esempi oltre alla scienza?

«La cultura, per esempio, è condivisione: mica scrivo un libro per leggermelo da solo. Sono contento di venderlo e di condividere le mie idee, anche se le criticano. Essere letto è un modo di essere condiviso, anche nello scontro di idee».

Alcuni dicono che in tanta condivisione si perda il senso della comunità reale.

«Ho poca simpatia per le comunità tradizionali. Preferisco le navi dei pirati, quelli del Settecento, in cui si condivideva tutto, anche la morte, però le gerarchie non erano troppo rigide e, soprattutto, quando uno era stufo poteva andarsene, senza che nessuno avesse il diritto di trattenerlo».

Serve un diritto di fuga?

«Sì. Le comunità che non lasciano praticare il diritto di exit sono dispotiche. Io vorrei sempre il diritto di uscita da una comunità, un po' come all'università: se ero annoiato da una lezione mi alzavo e andavo a seguirne un'altra».

Non è un diritto difficile da applicare?

«Gli Stati Uniti ci hanno fatto una guerra civile... Però in realtà evita ribellioni pericolose. Io voglio condividere per simpatia, umana solidarietà e consapevolezza che possiamo fare di più. Ma guai se c'è una autorità che ci obbliga. Per esempio, perché devo rispondere a tutte le telefonate che ricevo? Per fortuna posso spegnere questo cellulare... Bisogna tenersi le zona d'ombra, anzi, rafforzarle».