La condizione coniugale di due amanti della libertà

La moglie del grande scrittore svela nelle sue memorie gioie e amarezze di vent’anni di vita in comune. Eros, tradimenti, viaggi, scrittura, intelligenza e ingratitudine: tutto li univa. Con disprezzo delle convenzioni

«Conosco una sola persona intelligente quanto voi: Max Jacob» le aveva detto dopo averla conosciuta. L’idea l’affascinava perché «se si è intelligenti si piace ai ragazzi intelligenti» e lui era l’uno e l’altro, diciannove anni di puro cervello... Era certa che avrebbe incantato la sua famiglia, alto, magro, appassionato, bisognava solo che non si sapesse che aveva quattro anni di meno, 19 contro i suoi 23... Ci restò un po’ male quando il giovane spasimante le riportò il giudizio del di lei fratello: «Sì, certo, è intelligente, ma è anche completamente pazza».

Nell’Europa del primo dopoguerra la maggiore età si raggiungeva a ventun anni e il minorenne André Malraux per avere il passaporto per l’estero dovette chiedere il consenso del padre... Aveva deciso di accompagnare Clara Goldschmidt in Italia il giorno stesso in cui lei aveva menzionato quella meta, ma viaggiare in coppia, da clandestini e non da fidanzati ufficiali, era per l’epoca rischioso e, se scoperti, scandaloso. Sul treno, un amico di famiglia riconobbe Clara e il coraggio da ragazza emancipata evaporò: lo avrebbe detto ai suoi, era rovinata. «Lo sposarsi metterebbe a posto le cose?», chiese André. Lei disse di sì, senz’altro, poi si vergognò della propria vigliaccheria: «Divorzieremo dopo sei mesi» lo rassicurò. Lui annuì.
Nelle sue memorie Clara racconterà la difficile convivenza con chi da subito si ritiene, ed è ritenuto, un personaggio d’eccezione e la decisione di voler restare nell’ombra un po’ per scelta e un po’ per la misoginia dell’altro. Sul primo punto ha ragione, ma l’idea di una specie di anonimato volontario fa sorridere: poliglotta, con entrature e amicizie nel mondo intellettuale, molta autostima, l’ammirazione per il marito è anche rivalità, concorrenza, emulazione. Lo scrittore Nino Frank la ricorderà con il ditino alzato, l’occhio sognante, le parole taglienti togliere spazio al giovane compagno che di colpo si fa silenzioso. Anni dopo, nella Spagna della guerra civile, la camera madrilena dell’Hôtel Florida risuona delle critiche feroci di lei a chi non sa guidare nemmeno l’automobile e ora pretende di comandare una squadriglia di bombardieri... Henriette Nizan ironizzerà sulla sua posa «da amante abbandonata di Luigi XIV», assunta allorché Malraux la tradisce, che mal si accompagna con la libertà sessuale di chi ha cominciato a cornificarlo quando era ancora in carcere in Indocina. Allora André aveva pianto. «Perché lo avete fatto? E con un cretino», aveva aggiunto. Lei aveva ribattuto che non era affatto tale. «Adesso vi disprezzerà» aveva continuato lui. «Non credo affatto». «Sì, so cosa un uomo pensa di una donna dopo che l’ha avuta». «Non sono un oggetto il cui valore dipende dalla personalità di chi l’acquista», erano state le ultime parole di lei. A 23 anni Malraux era ancora un ragazzo e la più anziana Clara già una donna.

A raccontare la propria vita, Clara cominciò negli anni Sessanta, un’autobiografia scandita in quattro volumi sotto il titolo generale di Le Bruit de nos pas, Il rumore dei nostri passi... Nel 1946 lei e André avevano divorziato, ma allora «lui era il signor Ministro e lei una donna qualsiasi»... Del matrimonio aveva comunque conservato il cognome. «Non l’ha rubato» era stato il commento dell’ex marito e Clara aveva la stessa impressione... Malraux era ormai un mito vivente e come tale continuava a riscrivere la propria storia: «Io mento, ma le mie bugie diventano verità». Lei quel mito aveva contribuito a crearlo e non le piaceva l’idea di esserne espulsa come un corpo estraneo.

Adesso la casa editrice Excelsior 1881 ripubblica I nostri vent’anni, il secondo dei quattro allora usciti (pagg. 222, euro 16,50), ma lo fa riprendendo l’edizione originale Grasset del 1966 e non quella che, vent’anni dopo, lo stesso editore darà alle stampe accorpando sotto quel titolo l’ultimo capitolo del primo volume, in cui Clara racconta il suo primo incontro e il suo innamoramento con André, e l’intero terzo, Les combats et le jeux, nel quale si dà conto di come l’avventura in Indocina, cominciata con il maldestro trafugamento delle antiche statue khmer, si concluda con la fondazione di un quotidiano a Saigon e la scoperta dell’impegno politico. È un peccato, perché il ritratto che ne emerge è più completo e, proprio per questo, più illuminante.

Per certi versi, I nostri vent’anni è una specie di «Adolescenza di un capo» raccontata da chi la condivise. «Non mi sarei interessato a te se non fossi stata ricca» ammette lui. Quando le speculazioni in Borsa la rendono povera, commenta: «Non crederai per caso che mi metta a lavorare?». Molti anni dopo, uno dei fratelli di Malraux la metterà in guardia: «Non ti sei ancora accorta che è completamente disumano?», ma ormai era troppo tardi.

Eppure, finché dura, è per entrambi un grande amore, ciascuno in fondo stregato dall’intelligenza dell’altro, dalla capacità di stupirsi e di rischiare. «Non devi disperarti, io finirò con l’essere come Gabriele d’Annunzio» le dirà per consolarla dal ritrovarsi entrambi in carcere al tempo della grottesca quanto incredibile avventura cambogiana, nata per soldi e poi finita con la passione per l’Oriente e le sue lotte di liberazione.

A tirare Malraux fuori di galera, sarà Clara. Si deve a lei, tornata in Francia, la campagna di stampa intellettuale per la sua liberazione. Lui lo sa e la ringrazia, ma questa verità non gli sembra abbastanza nobile e/o eroica. Nella loro casa di Parigi, anni dopo, sente il marito che risponde a un giornalista venuto a intervistarlo: «Come è riuscito a essere libero e a lasciare l’Indocina?». «È stata l’azione degli ammaniti in mio favore a riportare questo risultato»...

Scrive le sue memorie anche per questo, per «non diventare già oggi come il tempio sperduto nella boscaglia che, invaso dalle liane, sprofonda lontano da ogni sguardo». Lei c’era, e niente e nessuno può metterla da parte. Nemmeno Malraux. Tantomeno Malraux.