Condono edilizio, anomalie nelle pratiche

A Roma il condono edilizio è uguale per tutti? La domanda, all’apparenza assurda, è giustificata da alcune anomalie nel metodo di pagamento da parte degli utenti. Accanto alla via ordinaria, l’unica legale, ne esisterebbe anche un’altra, parallela, che, per motivi sconosciuti, prendono alcune pratiche. Eppure la legge parla chiaro. «Il tesoriere - dice la norma che regola il funzionamento delle tesorerie delle pubbliche amministrazioni - nel rispetto dei principi che disciplinano la tesoreria unica, ha l’obbligo di incassare e custodire tutte le somme versate a favore del Comune e delle Istituzioni, ivi comprese quelle la cui riscossione è affidata al concessionario del servizio di riscossione dei tributi e ai riscuotitori speciali, nonché tutte le somme a qualunque titolo dovute da parte delle amministrazioni pubbliche». Prosegue poi l’articolo 5: «Il tesoriere è tenuto a rilasciare al debitore per ogni somma riscossa quietanza in originale, contrassegnata con numero progressivo in ordine cronologico per esercizio finanziario».
Traducendo dal burocratese significa, semplicemente, che ogni importo che entra ed esce dalla casse comunali deve tassativamente passare per la tesoreria del Campidoglio. Il tutto ovviamente per questioni di sicurezza. Alcuni soldi dovuti per il condono edilizio, e veniamo al punto, paiono evitare questo controllo imposto dal Comune. Per capire bene il funzionamento bisogna specificare che dei condoni edilizi (così come di altri servizi comunali) si occupa una società esterna, la Gemma (Gestione, elaborazioni, misurazioni, monitoraggi per l’amministrazione) una società per azioni che è partecipata dal Comune di Roma solo per il 20%. In pratica si presenta la domanda all’Usce (l’Ufficio speciale condono edilizio), poi è la Gemma a occuparsi fattivamente della pratica. Nell’ufficio dell’Usce in via di Decima, infatti, oltre a una trentina di dipendenti comunali lavorano anche gli impiegati della Gemma. Una volta ottenuta l’ammissibilità del condono e la bolletta di pagamento, è l’iter classico, ci si reca in tesoreria, si paga e si ottiene la quietanza in tre copie, una per l’utente, una per la stessa tesoreria e la terza per il Comune. Questa la teoria. La pratica, invece, ha avuto in passato delle eccezioni. Un solerte impiegato comunale, spostato di supporto alla Gemma nell’ottobre scorso, si accorge di alcune anomalie. Nell’elenco nominativo degli ordini emessi sulla tesoreria comunale per la riscossione dei titoli di entrata appaiono dei «buchi». Nella lista mancano alcuni numeri. Protesta e chiede di vedere il tabulato completo. E qui la sorpresa. Accanto ad alcuni numeri appare scritto in maiuscolo «incassate in tesoreria in tal giorno». Ma della somma nessuna traccia. Accanto al nome il totale è «,00». Nuove proteste e finalmente riesce a vedere le quietanze in originale in cui appare la somma versata. Cosa è successo? Alcune pratiche invece di essere versate alla tesoreria sono state quietanzate direttamente dalla Gemma, una cosa inusuale. Perché gli impiegati della tesoreria così non avevano più gli strumenti per controllare la fondatezza dei pagamenti.
Leggerezze? Può darsi. Certo, la segnalazione dell’impiegato meriterebbe un riscontro approfondito. Resta il dubbio che in tal modo alcuni pagamenti avrebbero eluso il doppio controllo predisposto dal Campidoglio e, forse (ma è tutto da accertare), la quietanza di un condono poteva essere rilasciata per una cifra diversa da quella versata alla tesoreria.