Confalonieri: "Quanti sciacalli Vi racconto il vero Montanelli"

Il numero uno Mediaset: "Oggi i falsari glorificano l’eroe della Festa
dell’Unità ma la sua forza fu fondare il <em>Giornale</em> e avere al fianco
Berlusconi per 18 anni&quot;. &quot;Il Cavaliere salvò la testata ma a sinistra la boicottavano&quot;. &quot;Fino all'ultimo Silvio gli chiese di restare, il resto è gossip&quot;

«La prima volta che vidi Indro? Me la ricordo bene». Fedele Confalonieri si sistema sulla sedia e fa una pausa, come per prendere la rincorsa dentro la memoria. «Anno 1976. Redazione di piazza Cavour. Entriamo, Berlusconi e io. Ricordo che c’erano scatoloni, imballaggi, disordine. Indro, Biazzi Vergani e Bettiza nello stesso stanzone. Montanelli ci viene incontro mostrandoci un po’ di carte. «Non abbiamo più una lira», ripeteva. «Nemmeno una lira». E inveiva contro la borghesia cialtrona che l’aveva lasciato solo. Era un modo per chiedervi soldi? «Cercava di essere charmant, come suo solito. Però diceva una cosa vera». Nessuno finanziava il Giornale. «Nessuno. O meglio pochi. E poco». Poi arrivò Berlusconi. «Bisognerebbe che qualcuno lo ricordasse». Se lo facesse lei non sarebbe male, no? «Lei dice? Io penso che sarebbe meglio se mangiassimo la carne, prima che diventi fredda. Magari parliamo un’altra volta...».
La carne nel piatto, la mente agli anni Settanta. È combattuto Fedele Confalonieri, già amministratore delegato del Giornale, ai tempi di Montanelli, e ancora oggi consigliere d’amministrazione del nostro quotidiano. Lo stuzzico. Ha visto? Ora si appropriano di Montanelli quelli che allora gli gridavano fascista. Quelli che nelle piazza sostenevano che picchiare un fascista non era un reato. Quelli che se ti vedevano col Giornale in tasca ti mazzolavano. Quelli che strizzavano l’occhio ai terroristi. Quelli che quando spararono a Indro festeggiarono. Non crede che bisognerebbe dare a Berlusconi quel che è di Berlusconi? «Bisognerebbe». Troppi manipolatori. «E troppi ingrati». Bisogna dirlo. «Magari un’altra volta». Magari adesso. «Non è meglio se mangiamo la carne?».
Dottor Confalonieri, torniamo a quel 1976. Il primo incontro. Ricorda come nacque?
«Lo procurò il direttore generale della Banca Popolare di Novara, Bongianino. Diceva che Montanelli era messo male».
Messo male dal punto di vista economico?
«Sì, naturalmente. Il Giornale era nato nel 1974 grazie alla Montedison di Cefis: tramite la Spi, la società di pubblicità italiana, era stato offerto un contratto di minimo garantito per tre anni. Ma nel 1976 il contratto stava per finire. E non sarebbe più stato rinnovato».
Quindi le casse erano vuote.
«Non avevano più una lira. E infatti l’amministratore di allora, Gianni Ferrauto, portava Indro in giro come una madonna pellegrina per le Unioni industriali. Andavano con il cappello in mano».
Qualcuno contribuiva?
«Alcuni sì, fra questi Achille Boroli».
E Agnelli?
«Al massimo qualche mancetta».
Ma per gli industriali «il Giornale» non avrebbe dovuto essere una bandiera?
«Gli industriali in quegli anni, soprattutto i grossi, pensavano ad andarsene. Cefis si era trasferito in Canada. Agnelli diceva in privato che l’Europa era perduta. Che era destinata a finire in mano ai comunisti».
Diceva così?
«Questo aveva confidato a Berlusconi: che esisteva un ultimo baluardo in America e basta. E intanto cedeva le quote della Fiat al colonnello Gheddafi. E quello non era il Gheddafi di oggi».
E Berlusconi?
«Berlusconi aveva 40 anni e sosteneva: io ho fatto fortuna in questo Paese, non voglio andarmene via. Sono disposto a mettere tutto quello che ho guadagnato perché questo sistema rimanga libero».
Un’altra lucida follia?
«No, grande coraggio politico. Lei pensi che anni erano quelli: erano gli anni dell’austerity, del compromesso storico, di Moro. C’erano solo due quotidiani che si opponevano al conformismo imperante: il Tempo di Gianni Letta, e il Giornale di Montanelli».
Ci voleva un sostegno.
«Infatti Berlusconi sostiene tutti quelli che si oppongono al compromesso storico. Cl col suo settimanale Il Sabato. Roberto Mazzotta che rompe con Marcora e la vecchia sinistra Dc lombarda. E anche la nascita delle televisioni va in questa direzione...».
Pensavo che quello fosse business.
«Certo che è business. Ma la molla fu anche ideologica: creare, in quel mondo così chiuso e spaventato, un grande spazio di libertà».
Torniamo a quel primo incontro.
«Stiamo facendo confusione. Secondo me dobbiamo finirla qui».
Alla fine proviamo a mettere ordine, se ci riusciamo.
«Secondo me non ci riesce. Comunque, quel giorno in cui andammo in piazza Cavour, io avevo 39 anni. Fu un’emozione forte. Montanelli l’avevo letto per la prima volta a 13 anni, nell’antologia delle scuole medie. Ricordo un suo pezzo sulla tragedia del Grande Torino, le mani degli operai sporchi di morchia che accarezzavano le figurine dei giocatori granata...».
Così mi commuovo anch’io...
«Montanelli era insuperabile nella scrittura. Ma io a 39 anni entravo nel giornale in cui c’erano tanti grandi: l’intelligenza di Bettiza, gli articoli di Ionesco, Fejtö e Aron, la presenza quotidiana di Granzotto, Cervi e Zappulli. E poi Antonio Martino, Geno Pampaloni...».
Come fu l’incontro con Montanelli?
«Che cosa vuole? Montanelli non nascondeva il suo senso di superiorità nei confronti del parvenu Berlusconi. Però intanto chiedeva aiuto».
Senso di superiorità culturale?
«Ma sì, è chiaro. Uno legge Toqueville e Proust e si sente superiore... A proposito, lei l’ha letta la Recherche?».
No, presidente. Non ci ho nemmeno provato.
«Dovrebbe leggerla. Cento pagine a volta. Sa perché io sono diventato amministratore delegato del Giornale? Perché parlavo con Montanelli dei due Saint Simon, sia il memorialista sia il protosocialista...».
Quel parvenu, però...
«Quel parvenu per 18 anni ha assistito il Giornale e ha coccolato Montanelli. Diamo a Berlusconi quel che è di Berlusconi. È stato lui a salvare il Giornale dalla morte certa».
La morte certa?
«In quegli anni il quotidiano era prigioniero. Redazione e tipografia erano nello stesso palazzo, la tipografia era controllata dai sindacati, molto politicizzati. E quindi il Giornale veniva costantemente boicottato».
Come?
«Ogni giorno uscivano meno pagine o meno copie. Era un piano preciso. È chiaro: il quotidiano dei fascisti doveva chiudere».
Per questa una delle prime decisioni di Berlusconi fu di finanziare una nuova tipografia?
«Sì. La nuova tipografia era moderna, efficiente, usava già la fotocomposizione. Fu un investimento molto oneroso. Ma liberò il Giornale dal ricatto dei sindacati».
E per liberarlo completamente venne acquistato poi anche il palazzo di via Negri, attuale sede del nostro quotidiano.
«Nel palazzo di via Cavour il Giornale era prigioniero. Quel trasferimento fu la nostra Dunkerque».
Nello stesso tempo si mise a punto anche la struttura amministrativa.
«Sì, Berlusconi convinse Amedeo Massari, il più grande amministratore di giornali che io abbia conosciuto, l’uomo che aveva già messo in piedi Repubblica. E poi assunse anche Roberto Crespi. I due fecero la macchina del Giornale. Berlusconi aveva capito che senza sistemare la macchina il Giornale non poteva sopravvivere».
Chi aiutava Montanelli, in quegli anni, rischiava. Ma voi gli volevate bene?
«Sì, gli volevamo bene. Anche se volere bene a un giornalista è un atto eroico. Soprattutto a un giornalista che era circondato da un tale alone di grandezza».
Un alone di grandezza che lo ha portato a rompere anche con molti amici...
«Indro si sentiva il padrone, considerava il Giornale roba sua. E per questo a volte faticava a tollerare altri grandi personaggi».
Bettiza?
«Bettiza, fu uno di questi. Ruppe perché lui sosteneva il lib lab, l’accordo fra liberali e socialisti».
Con Bettiza però Indro ha fatto pace.
«Quando l’ho saputo ho detto a Enzo: ma come hai fatto? Dopo tutto quello che è successo...».
E lui?
«Lui mi ha risposto: da vecchi si diventa buoni. Anzi, ha usato un’altra espressione».
Lei ha più rivisto Montanelli dopo la rottura del ’94 con Berlusconi?
«Un paio di volte alla Scala».
Ma come mai non vi siete riappacificati?
«Secondo me, in certi casi, è meglio troncare di netto. L’ipocrisia dei tarallucci e vino è insopportabile. Non se la meritavano, soprattutto, un toscanaccio come Montanelli e un palluto come Berlusconi, che avevano speso insieme alcuni degli anni migliori della loro vita».
Si frequentavano?
«Montanelli era a pranzo ad Arcore quasi tutte le domeniche. Gli piacevano le tagliatelle della Tana (la cuoca). Aveva un bellissimo rapporto con Carla, la prima moglie di Silvio. Ed è stato pure ospite a Portofino qualche estate».
Lei era presente al famoso ultimo incontro di via Rovani, dopo la contestata assemblea al «Giornale». Che cosa si dissero?
«Eravamo Montanelli, Berlusconi ed io. Silvio cercava di convincerlo a restare. Tutto qui. Il resto è gossip. E non mi va di fare gossip».
È vero che avevate già pensato di affiancargli Feltri per cercare di aumentare le vendite?
«Questo non ha importanza. Quello che conta è che Montanelli stava già preparando con Uckmar un altro giornale. E che quando Feltri lo sostituì guadagnò in poco tempo 50mila copie».
Indro ha sempre riconosciuto il ruolo di Berlusconi editore, la libertà che gli garantì. Poi però ha detto: è cambiato tutto quando lui è sceso in politica.
«Non voglio parlare del Montanelli degli ultimi anni. Quelle dichiarazioni appartengono alla sua libertà. Quello che è inaccettabile è che si cancelli tutto ciò che c’è stato prima».
Però anche lei era contrario alla discesa in campo di Berlusconi, lo sanno tutti...
«E infatti Montanelli continuava a ripetermi: cerca di convincerlo... Io ci provai. Berlusconi decise diversamente. Indro non riusciva a capire perché chi era stato contrario all’entrata in politica di Silvio, poi lo abbia appoggiato. Io invece credo che un buon collaboratore si comporti così».
In quegli anni in cui era amministratore delegato del «Giornale» chissà quante telefonate di politici avrà ricevuto.
«I politici telefonano agli editori. E ai direttori. È normale. Ma persino Travaglio ha dovuto ammettere che Montanelli non subì mai nessun tipo di pressione. Anzi. Tanto è vero che continuò imperterrito a scrivere male di Craxi, che era amico di Silvio. L’unico articolo positivo su Craxi lo scrisse quando lui ormai stava cadendo, in piena era Tangentopoli. Ricordo il commento di Bettino: “In articulo mortis”...».
Se lei ripensa a Montanelli, oggi, che cosa le torna in mente?
«Il Montanelli eroico, quello che ha avuto al fianco Berlusconi per 18 anni».
Non è quello che si celebra in questi giorni...
«No, perché quello che oggi i falsari glorificano è il Montanelli delle feste dell’Unità, quello che ha avuto al suo fianco Travaglio e Santoro. Non se lo meritava».
Sciacallaggio?
«Sciacallaggio, sì. Ma io penso che il gioco politico ci possa anche stare. Quello che mi dispiace è che così lo tradiscono. Mi ricordo...».
Perché si ferma, dottor Confalonieri?
«Ma lei è sicuro che i miei ricordi interessino a qualcuno?».
Sono sicuro, sì.
«Ricordo un giorno che Montanelli andò a incontrare Ottone, che lo riempì di complimenti. Quando tornò ebbe a dire: “Mi sono sentito avviluppato nella sua melassa”. Ecco: io ho l’impressione che ora vogliono avviluppare Montanelli nella loro melassa. Lui non ne sarebbe contento».