La confessione: «Elisabeth era la mia ossessione»

«Era un’ossessione». Per Josef Fritzl sua figlia Elisabeth era un chiodo fisso. Si era scelto la più bella, la più libera dei sette fratellini, quella che gli amici chiamavano Sissi. Visino dolce e occhi tristi fin da piccola. Quando gli agenti lo hanno preso, lui non ha fatto nessuna resistenza. «Era un’ossessione» ha continuato a ripetere. Quando gli hanno chiesto di definire un uomo che rapisce la sua stessa figlia e la rinchiude in uno scantinato per 24 anni, costringendola a violenze brutali lui ha risposto: «Detto così probabilmente lo chiamerei mostro». Cerca di giustificarsi Josef: «Con il passare del tempo il mio desiderio di fare sesso con Elisabeth è cresciuto. Non riuscivo più a controllarmi. Il primo rapporto che abbiamo avuto è stato nella primavera del 1985. A un certo punto nella notte sono sceso in cantina, l’ho fatta sdraiare sul letto e ho fatto sesso con lei». Il padrone è lui. La cantina è il suo regno dove nessuno può mettere piede. «Quel bunker in fondo era casa mia, mi apparteneva, e solo io potevo entrarci. E il vicinato lo sapeva, come lo sapeva mia moglie, i bambini: nessuno di loro ha mia cercato di intrufolarsi nel mio territorio, né ha mai chiesto che cosa facessi là dentro. Ho fatto chiaramente intendere che era il mio ufficio in cui tenevo documenti che riguardavano solo me, e questo è stato sufficiente perché tutti hanno obbedito alle mie regole». Una moglie debole e succube che non fa mai domande. «Dopo il rapimento penso di essermi trovato in un circolo vizioso da cui non c’erano vie d’uscita, non solo per Elisabeth ma anche per me. A mano a mano che le settimane passavano la situazione mi faceva impazzire, e spesso mi sono chiesto se avrei dovuto liberarla o meno. Ma ero incapace di decidere, anche se sapevo benissimo che ogni giorno che passava peggioravano le cose. Eppure ormai non potevo più fare a meno della mia seconda vita in cantina». È lì che con la sua seconda famiglia ha festeggiato anche il Natale: «Avevo portato là sotto anche un albero di Natale, con dolci e regali per tutti».
Cerca di spiegare, parte dalle sue origini, vuole far leva sulla pietà: «Mio padre era un perdente. Mia madre era tutto per me». Josef e la madre, la sua seconda ossessione. Il suo primo amore non ricambiato. Crudele e severa. Donna irraggiungibile per un bambino con una mente già instabile e confusa. Cresce Josef, con la costante paura di non essere abbastanza bravo, abbastanza visibile per lei.
Josef, falso fino in fondo. Doppio come le sue scuse. Quando gli hanno chiesto se volesse morire lui ha risposto: «No, adesso voglio solo una cosa: pagare per quello che ho fatto». Ma era solo un’altra squallida bugia. «Ero felicissimo dei bambini. Ero contento di avere una seconda famiglia vera e propria in cantina, con una brava moglie e dei figli». Peccato che quella che lui chiamava moglie era solo una figlia.