Dalla confessione alla scarcerazione

Si era costituito il 23 gennaio scorso: Davide Franceschini decise di confessare lo «stupro di Capodanno», avvenuto nella notte di San Silvestro durante una festa alla Nuova fiera della capitale. Una venticinquenne, barista dei Castelli romani, accusava Franceschini della violenza. Lui confessò, giustificandosi di aver agito sotto l’effetto di droga e alcol. E finì in carcere. Il giorno dopo il fermo, Franceschini, 22 anni, incensurato, fu posto ai domiciliari per ordine del gip Marina Finiti, che li concesse su richiesta della procura, suscitando moltissime polemiche. Alla base della decisione del magistrato di scarcerare il giovane di Fiumicino, la sua buona condotta giudiziaria e il contributo dato agli inquirenti dopo il suo fermo. Durante l’interrogatorio il ragazzo affermò anche di essere dispiaciuto per l’accaduto, sottolineando di non sapersi spiegare come potesse aver avuto un comportamento così violento. Franceschini era poi tornato in carcere, a Regina Coeli, il 16 marzo scorso, in forza della nuova normativa sui reati sessuali. La misura cautelare era stata emessa dal gip Guglielmo Muntoni su richiesta del pm Vincenzo Barba. Proprio il giorno prima, il 15 marzo, la ragazza vittima della violenza era stata fermata durante un controllo antidroga e segnalata alla prefettura come consumatrice di sostanze stupefacenti. La giovane avrebbe acquistato cocaina prima di incappare in un controllo dei carabinieri. L’altro giorno Davide Franceschini è tornato in libertà: il gip Muntoni ha firmato l’ordine di scarcerazione per il giovane, per il quale ora si prospetta il giudizio immediato. Il caso sembra avviarsi a conclusione. Secondo il gip, il giovane non era riuscito ad avere un rapporto sessuale con la ragazza. Nell’ordinanza di con cui ha revocato la custodia cautelare in carcere al ragazzo, il gip non esclude che «la versione dei fatti di Franceschini sia vera» e «trova molti riscontri», mentre reputa «poco attendibili» le dichiarazioni della vittima. Nell’ordinanza si dà anche conto dei risultati degli esami scientifici fatti sui vestiti della ragazza: le tracce biologiche sono da ricondurre a un Dna incompatibile con l’indagato.