Confessioni di un giurato speciale

«Franco, ricordi quella fanciulla della quale ti avevo parlato l’estate scorsa, in Sardegna?».
«No, chi?».
«Come no? La Domiziana, Domiziana Lusiardi, la figlia di Lusiardi, quello dei dolci. Bella gnocca, fra l’altro».
«Ah sì, la ex velina che vuol fare la scrittrice. Cos’ha combinato? Ha lasciato il centravanti dell’Ajax?».
«No, no, sta sempre con quel brocco. Ma adesso fa la scrittrice sul serio».
«Mi stai prendendo per il culo?».
«No, parlo sul serio. Mi ha detto Lisa che il suo romanzo uscirà in aprile. Una roba del tipo Melissa P., ma più... castigato, e con qualche pagina ben scritta. Ovviamente le pagine ben scritte sono di Lisa. Sai che è la miglior editor su piazza...».
«Infatti ti ho consigliato un centinaio di volte di prenderla».
«Fosse per me, l’avrei presa dieci anni fa. Ma costa troppo».
«Comunque, a noi che ci frega del libro della zoccoletta?».
«Del libro, naturalmente, non ci frega niente, anche perché non è nostro...».
«Appunto».
«... ma di Goffredo Boschetti, il marito di Lisa, ci frega sì, visto che è entrato da noi con il 34 per cento».
«Cosaaa? Mi stai dicendo che vi state vendendo al nemico per...».
«Dài, Franco, non essere così rigido. Il mercato è quello che è, l’anno scorso siamo andati malaccio, questo lo sai benissimo... e poi...».
«E poi?».
«... e poi si dà il caso che Boschetti sia anche lo zio della Lusiardi. Per cui pensavo che...».
«Avanti, chiedimelo. Tanto ormai ho capito. Però devi chiedermelo. E sappi che se lo faccio, lo faccio solo per te...».
«Sei un amico, Franco. Ti voglio bene».
«Lascia stare, non metterla sul patetico».
«Allora... Siamo d’accordo?».
«Me lo devi chiedere, non me l’hai ancora chiesto».
«Insomma, Franco, dobbiamo portare la Lusiardina in finale al “Serbelloni-Panigacci”. Aspetta, aspetta... Non dico vincere, bada, ma andare in finale. In fondo, quest’anno è uscita tanta di quella fuffa...».
«Ma sei impazzito? Io pensavo al solito trattamento, sei-sette recensioni ben piazzate e ben firmate, un paio di pomeriggi in tv... Il “Serbelloni-Panigacci” quest’anno tocca alla Farfugliati & Stabili, l’hai dimenticato forse? E Greco Press e Cianotti, credi che stiano con le mani in mano a farsi bagnare il naso dalla morosa di un centravanti che non segna mai?».
«Franco, ascoltami un attimo. La Lisa sarà un cannone, come editor, ma tu sei una mitragliatrice, nel tuo campo. Io dico che tu sei capace di portare la Lusiardina in finale. Ti ricordi, nel 2001, quando ci prendemmo il “Clementi” con quel rincoglionito del Pacioni? Chi ebbe il colpo di genio di farlo sparire a un mese dalla premiazione mettendo in giro la voce del suicidio? Chi se non quel genio del mio amico Francone? Guarda, io la Lusiardina la considero in finale sin da oggi. Me la vedo già scosciare con il libro in mano a Porta a Porta».
«Lascia perdere, Pier. Sei il solito esagerato. E il solito adulatore. Con Pacioni avemmo fortuna, il coccolone gli venne, sì, ma dopo aver letto una certa notiziola che lo riguardava molto da vicino. E tieni giù le mani, non sopporto che mi si mettano le mani in faccia».
«Francone, Francone, cosa farei senza di te? Cameriere, due Negroni. Belli carichi eh, mi raccomando!».
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Pierfrancesco, il direttore editoriale della McMurphy (destinata a diventare ben presto McMurphy Boschetti, come abbiamo visto) si avvale della mia... chiamiamola consulenza esterna. Pier esagera sempre con i complimenti, quando ha bisogno che gli tolga qualche castagna dal fuoco. Però devo ammettere, senza falsa modestia, che sono piuttosto bravo, a far andare le cose per il verso giusto, quando mi impegno.
Intanto, sono un giurato, diciamo pure un giurato di professione. E in quanto giurato sono anche amico... be’, amico non è la parola giusta, meglio... complice, di molti giurati. E, in quanto complice di molti giurati (fra scrittori senza idee, critici senza giudizio, giornalisti senza scrupoli - anch’io sono giornalista, free lance, è chiaro -, baroni universitari senza cattedra, attori senza copione, senatori senza elettorato e via dicendo), ho sempre ben chiaro che aria tira nelle giurie dei premi letterari che fanno il mercato.
Perché la gente, signori miei, non ha mica il tempo e la voglia di decidere quale libro comprare. Dobbiamo dirglielo noi, quale libro comprare, dobbiamo quasi metterglieli materialmente in mano, quei benedetti libri. E loro, fra l’altro, non devono nemmeno leggerli, devono soltanto andare alla cassa, aprire il portafogli e tirar fuori quei 20-30 euro che li fanno sentire più intelligenti degli altri, del popolo bue. La gente dovrebbe ringraziarci, noi addetti ai lavori, perché svolgiamo un compito due volte socialmente utile: non soltanto alimentiamo il mercato librario, ma facciamo anche credere a chi compra i libri di essere meglio di chi non li compra. Però la gente non ci ringrazia, perché non ci conosce. Meglio così, d’altra parte...
Gli editori, invece, ci conoscono, eccome se ci conoscono. E noi conosciamo loro. Ci teniamo per le palle gli uni con gli altri. Chi sgarra paga. Io non ho mai sgarrato. Per questo son riuscito a portare la Lusiardina in finale al «Serbelloni-Panigacci».
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La presentatrice impugna il foglio passatole dal valletto, imposta la voce e legge:
«Terzo classificato: Quel giorno lontano, di Luciano Fringuelli, editore Greco Press». Applauso svogliato. Fringuelli, impassibile, alza la pancia elitica dalla poltrona in prima fila e la porta lentamente sul palco, bacia freddamente la presentatrice e si mette alla sua destra, a braccia conserte.
«Secondo classificato: Grattami la schiena, di Marisa Oldoini, editore Cianotti». Applauso leggermente più vivace. La Oldoini, con décolleté del tutto fuori luogo e trucco da maga di provincia, non trattiene una smorfia di delusione, ma schizza alla destra di Fringuelli e non degna di uno sguardo la presentatrice.
«Proclamo vincitore della 34ª edizione del premio “Serbelloni-Panigacci”... (pausa inutile: la terzina ormai la conoscono anche i sassi) ... Lingua madre, di Domiziana Lusiardi, editore McMurphy». Applauso scrosciante. La Domiziana si alza, dà una tiratina verso il basso alla minigonna verde di raso e guadagna il palco con passo da modella.
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Non sto a farvela troppo lunga.
Nel «Club del venerdì» ci sono (o devo dire c’erano?) cento persone, 50 uomini e 50 donne. Per la precisione 43 uomini eterosessuali, 7 uomini gay, 46 donne eterosessuali e 4 donne gay. Quindi: 13 uomini e 3 donne son venuti via facilmente nel modo che potete immaginare.
E siamo a 16.
Poi, altri 23 si sono accontentati di una fornitura vita natural durante di prodotti Lusiardi. Sapete, la congiuntura, la crisi...
E siamo a 39.
Altri 9 (quattro uomini e cinque donne), hanno preferito andare sul classico: una bella busta con contanti.
E siamo a 48.
Per avere la maggioranza assoluta, e dunque per non correre il minimo rischio di non vincere (perché io sono uno che vuole vincere, non mi basta piazzarmi) ci servivano altre 3 persone. Ce li siamo presi, due uomini e una donna, con la promessa di assumere in tutto sei parenti: due in casa editrice, tre in fabbrica alla Lusiardi e uno come autista del vecchio commendator Vittorio Lusiardi.

PS Apprendo soltanto ora che per far posto a un mentecatto figlio di giurato verrà messa in esubero Marina, la mia Marina. E allora sapete una cosa? Io domani spiffero tutto. Non c’è bisogno di fare nomi e cognomi. Tanto, chi vuol capire capisce.