Con le confessioni di Nixon alla conquista dell'Oscar

Ron Howard, diventato famoso con Happy Days, torna alla regia. In arrivo
il film sulle rivelazioni choc che il presidente Usa fece in tv. In 122 minuti molto ritmati si fa il ritratto di un'epoca ancora piena di misteri

Roma - Il crescendo è da match senza esclusione di colpi. Da un lato un giornalista inglese, più showman che giornalista a dire il vero, impomatato e un po’ vanesio, tal David Frost. Dall’altro l’ex 37esimo presidente degli Stati Uniti, un po’ curvo ma sempre lucidissimo, ovvero Richard Nixon. Nel marzo 1977 si sfidarono davanti alle telecamere per quattro serate, e fino all’ultimo sembrò che il gran regista dello scandalo Watergate triturasse l'intervistatore britannico. Poi qualcosa cambiò. Come un toro stremato deciso a farsi infilzare dallo spadino del torero, Nixon vacillò, forse consapevolmente, e si tolse il gran peso dalla coscienza, dichiarando di fronte a 45 milioni di concittadini ciò che aveva negato al momento delle dimissioni, l'8 agosto del 1974. «Ho tradito gli amici, ho tradito il mio Paese, ho tradito il sistema di governo, ho tradito il popolo americano. E ne porterò il fardello per tutto il resto della mia vita». Poco prima dello showdown inatteso, Frost gli aveva chiesto guardandolo dritto negli occhi: «Veramente lei sostiene che il presidente può commettere qualcosa di illegale?». E lui, come nulla fosse: «Sto dicendo che se è il presidente a farlo significa che non è illegale».

Quella sfida emozionante rivive ora in un bel film di Ron Howard, regista di storie dalla forte impronta popolare come Apollo 13, A Beautiful Mind, Il Codice da Vinci. Quasi a ritagliarsi una vacanza prima di mettere mano all’atteso Angeli e demoni, l’ex Ricky Cunningham di Happy Days ha diretto questo piccolo Frost/Nixon. Il duello, presentato in anteprima italiana dal festival Tertio Millennio. Piccolo per modo di dire: perché, pur desunto da una pièce teatrale di Peter Morgan, il film ha il respiro del miglior cinema hollywoodiano di impegno civile, accurato nella ricostruzione d'ambiente, denso nell’incalzare degli eventi, benissimo recitato da Frank Langella (Nixon), Michael Scheen (Frost) e una pattuglia di valenti attori (Kevin Bacon, Oliver Platt, Sam Rockwell, Rebecca Hall). Uscito in patria il 5 dicembre per poter gareggiare agli Oscar, Frost/Nixon. Il duello s'è già aggiudicato 5 candidature ai Golden Globes, nelle categorie principali. Da noi si vedrà ai primi di febbraio e sarà utile, anche divertente, confrontarlo con W di Oliver Stone, il ritratto cattivo ma non troppo di George W. Bush annunciato in esclusiva su La 7.

Naturalmente per gustare il film non occorre conoscere a menadito la figura controversa di Nixon, i fatti che portarono alla richiesta di impeachment dopo il deflagrare dell’affare Watergate, lo strascico di polemiche per via dell’immunità garantita dal successore Gerald Ford. In 122 minuti tiratissimi, senza un cedimento narrativo, sul filo di una tensione dialettica che attinge alla metafora, Ron Howard compone il ritratto di un’epoca girando praticamente in pochi interni. Immaginate un Good night, and good luck a colori, più divertente e meno manicheo. I temi che contano ci sono tutti: il ruolo del giornalismo televisivo, la fascinazione del potere pure corruttore, la paranoia del controllo, l’invadenza del denaro e della pubblicità. Ma poi Howard rompe lo schema politically correct, trasformando il faccia a faccia in uno spettacolo ricco di sfumature psicologiche.

«Perché mai dovrei parlare con David Frost?», chiede Nixon-Langella al suo agente letterario. «Per mezzo milione di dollari», è la risposta. Saliranno a 600mila, in parte sborsati dallo showman britannico fino al giorno prima esperto di Bee Gees. Scettici, i tre grandi network statunitensi si defilano, Frost deve sbattersi per trovare finanziatori, e intanto i suoi tre «investigatori con i sacri pendenti» gli fabbricano il dossier necessario a inchiodare Nixon. Che sulle prime giganteggia, come un Andreotti d’America: il «divo» neutralizza le domande scomode, ironizza sui mocassini italiani dell’avversario, sfrutta l’occasione per rifarsi una reputazione. Diabolico e tragico allo stesso tempo, l’opposto dell’odiato Kennedy. Poi la svolta inattesa, la caduta: quasi a liberarsi di quel terribile macigno.