Lo confesso: ho fiducia nella confessione

Mi è capitato diverse volte, e sempre di più col passare degli anni, di avere qualche difficoltà di accesso al sacramento della Confessione. L’ultima volta è stata domenica scorsa, quando per ben due volte, nel Duomo di Milano (dove vado di solito per questo scopo), mi è stato detto che non era possibile raggiungere i confessionali, causa funzioni in corso.
E dire che Milano è una città dove è ancora relativamente facile confessarsi. Altrove è spesso un’impresa. Un parroco in una cittadina della Toscana riassume il problema così: il numero dei sacerdoti è sempre più scarso, le cose da fare sono tantissime e di gente che desidera confessarsi ce n’è sempre meno. A che pro starsene in confessionale a rigirarsi i pollici? Noi - fa - lo ripetiamo tutte le domeniche, che è una cosa importante. Ma sono soprattutto i giovani che non lo capiscono. Vengono a messa, fanno i cori con la chitarra, ma di confessarsi non se ne parla.
Io non so come dargli torto, però so che ha torto. Che abbiamo torto. La nostra società, dice quel prete, ha perso il senso del peccato. Colpa del consumismo, colpa dell’eccessivo benessere. Ma il problema, mi chiedo, è davvero questo? È il senso del peccato che dobbiamo ritrovare? No. Le campane, che scandivano dall’alba a notte la vita dei miei nonni e dei miei bisnonni, servivano a ricordare agli uomini che il tempo - con dentro le nostre azioni, i nostri pensieri e le nostre passioni - si svolge tutto davanti all’Infinito, a Dio. E che, perciò, qualunque azione o pensiero o parola ha un valore spropositato.
Ciò che si è perso è questo: non il senso del peccato, ma il senso dell’uomo, il valore spropositato di ogni singolo istante della nostra vita. Quello che si è perso è la stima per l’immensità dell’uomo. Una volta smarrito questo, tutto viene di conseguenza, compresa la perdita del senso del peccato e del valore stesso della vita umana, della sua libertà e della sua dignità.
Resta una nostalgia sterminata del bene perduto, documentabile tutti i giorni - basta aprire a caso un giornale - ma ben murata dentro di noi. Il gesto di aprirsi e chiedere perdono diventa infatti naturale solo quando è evidente la sproporzione tra ciò che siamo e ciò a cui ci riduciamo.