«Confesso, ho ucciso io i carabinieri a Nassirya»

I parenti del maresciallo Lattanzio, uno dei caduti: «Merita di fare la stessa fine»

Marcello Foa

L’altra strage di Nassirya, quella che ad aprile costò la vita a quattro militari italiani e uno romeno, non è più impunita. L’uomo arrestato alcuni giorni fa ha confessato: fu lui a collocare la bomba sul ciglio della strada e a farla detonare, con un comando a distanza, al momento del passaggio del convoglio della forza multinazionale. Il secondo dei quattro blindati fu investito in pieno dall’esplosione. Tra le lamiere in fiamme morirono il capitano dell’Esercito Nicola Ciardelli, 34 anni, il maresciallo capo dei carabinieri Franco Lattanzio, 38 anni, il suo parigrado Carlo De Trizio, 37enne, e il maresciallo aiutante dei carabinieri Enrico Frassanito, 41 anni, oltre al caporale romeno Bogdan Hancu.
Ora il responsabile di quel massacro ha un nome: si chiama Ryad Hussein al Khafaji e, secondo il governatorato iracheno di Dhi Qar, avrebbe ammesso «di aver ricevuto un addestramento specifico per compiere attentati di questo tipo e di averne compiuti altri in luoghi diversi». Dove? Senza dubbio a Fallujah, dove era rintanato fino a due settimane fa. Un uomo duro, spietato che le autorità descrivono come un «Sayyaf», un uomo di spada, un tagliatore di teste. Di certo dopo la caduta del raìs aveva combattuto con i Fedayin Saddam, un corpo scelto di volontari guidato da Uday, uno dei due figli dell’ex dittatore di Bagdad. Negli ultimi tempi - a quanto pare - era diventato un alto esponente dei Mujaheddin di Ameryyah, un’organizzazione terroristica sunnita ritenuta vicina all’esercito dei Mujaheddin, che aveva rivendicato la strage della scorsa primavera. Dunque, per una volta, il fondamentalista sciita Moqtad al Sadr, che si era subito chiamato fuori, non ha mentito.
Al Khafaji era nato a Nassirya, conosceva alla perfezione le strade della sua città, anche quella che conduceva al Pjoc, la sala operativa delle forze di sicurezza irachene, lungo la quale ha premuto il pulsante che ha annientato la vita di quei cinque giovani impegnati in una missione di pace. Poteva contare su molte protezioni, ma non tutte affidabili. È stato infatti un suo contatto a tradirlo, avvertendo le forze di sicurezza della sua presenza a Suk as Shuyuk, un paese a pochi chilometri dalla città.
E dopo pochi giorni di detenzione, quel «guerrigliero» ha deciso - o è stato costretto - a confessare. Il massacro resta però ancora senza un motivo. Perché colpire i militari italiani in una zona che ancora oggi è tutto sommato tranquilla? E chi l’ha deciso?
La notizia dell’arresto di al Khajafi riaccende un dolore non ancora sopito tra i parenti dei quattro caduti. «Non vorrei che fosse il predestinato di turno - dichiara a caldo Tonino Lattanzio, fratello del maresciallo Franco -, ma se è vero che è stato lui a collocare l'ordigno che ha spezzato i sogni di mio fratello e distrutto un'intera famiglia, allora deve pagare duramente: deve fare la stessa fine di mio fratello». Chiede la pena di morte «anche se contraria all’etica cattolica», perché da quel giorno «la vita non è più la stessa».
La rabbia dei Lattanzio, l’indifferenza dei Ciardelli. «Se è un terrorista è giusto che venga punito, ma la mia famiglia non ha intenti vendicativi», dichiara Federica, una delle sorelle del capitano dell’esercito, «perché nulla potrà ridarci Nicola», che ha lasciato una giovane moglie e un bimbo di due mesi, battezzato il giorno dei funerali del padre.
Più composta la reazione dei Frassanito che «esprimono la soddisfazione per il buon lavoro fatto da chi lo ha catturato e inchiodato alle sue responsabilità» e dei De Trizio che trovano addirittura la forza di pensare al futuro, auspicando che il buon lavoro di intelligence fatto in questa occasione possa continuare. «Spero - dichiara Giovanni, fratello di Carlo - che consentano ai nostri servizi segreti di proseguire su questa strada. È l’augurio che faccio non solo alla mia famiglia, ma a quelle delle altre vittime, al popolo italiano». Avanti, nonostante tutto.