Le confezioni taroccate targate "China"

Da una parte il miele italiano, letteralmente in ginocchio. Dall'altro quello che arriva dall'Estremo Oriente, che sembra non conoscere crisi. Perché ai problemi del made in Italy corrispondono gli affari di chi spesso fa della concorrenza sleale la propria marcia in più. Succede così che sulle confezioni in arrivo da Cina e India ci sia scritto «miele» ma sono spesso prodotti adulterati, tagliati con zuccheri che con le api non hanno nulla a che fare. «Siamo invasi confermano da Unaapi -. Soprattutto in Cina è stato messo in piedi un meccanismo complesso che permette di creare miele tagliato con zuccheri esogeni. Naturalmente costa molto di meno». Proprio per questo riconoscerlo non è difficile. «I criteri per scoprirlo sono i prezzi troppo bassi e l'origine non dichiarata», proseguono.

I dati sono molto preoccupanti: circa il 40 per cento del miele consumato in Italia ed Europa proviene da Paesi extra Ue. La metà di questa quota, sempre secondo Unaapi, arriva dalla Cina. Questo non vuol dire che sia tutto contraffatto, anche se la percentuale cresce di anno in anno. «Circa il 20-25 per cento del miele extra Ue è cinese prosegue l'associazione di categoria -. Possiamo dire che un vasetto su quattro o cinque sia di dubbia provenienza». Non si tratta di prodotti pericolosi per la salute, ma semplicemente di una miscela di zuccheri che non comporta la presenza delle api. Fatto sta che l'Unione europea ne vieti comunque la commercializzazione, anche se spesso fa fatica a riconoscere e perseguire i responsabili.

La frode viaggia su due binari. «Da una parte arriva miele estero spacciato per italiano, e in questo caso siamo di fronte a una frode commerciale. Dall'altra c'è il miele tagliato con zuccheri o creato con altri artifici, che invece viene presentato come originale. In questo caso la frode riguarda l'identità del prodotto», fanno sapere da Coldiretti. «Questo flusso è al tempo stesso causa e conseguenza della crisi del comparto concludono -. Il settore è piegato dalla concorrenza sleale già da anni, perché alcuni Paesi hanno costi di produzione più bassi rispetto all'Italia. Però è chiaro che, un momento di difficoltà come questo, aumenta la necessità di chi lavora nel settore di approvvigionarsi all'estero».