Confindustria in campo «Marchionne ha ragione»

L’intervento del presidente Napolitano sulla questione dei lavoratori della Fiat di Melfi è contraddittorio. Invita le parti alla distensione. E ciò è giusto ed è quello che i tre licenziati con i loro comportamenti non hanno contribuito a fare, scrivendo una lettera al presidente della Repubblica, per farlo intervenire sulla vertenza, in modo da darvi maggior risonanza. Ma il presidente della Repubblica ha anche preso posizione su una questione su cui si deve pronunciare la magistratura, ossia se i lavoratori provvisoriamente riassunti, ai sensi dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori debbano essere reintegrati non solo nella loro qualifica e retribuzione, ma anche nel lavoro che stavano svolgendo in precedenza.
Il presidente Napolitano sostiene che i lavoratori hanno diritto non solo a essere riassunti (provvisoriamente, perché la sentenza è stata impugnata dalla Fiat) ma anche a continuare immediatamente a esplicare il loro precedente lavoro, nonostante che fra loro e l’impresa sia in corso la controversia. E nonostante che essa sia nata dal tentativo di impedire ad altri lavoratori, di lavorare in quel luogo, durante lo sciopero a cui non volevano aderire. Mi sembra che il diritto al lavoro di questi operai debba essere tutelato prima del diritto dei reintegrati a esercitare eventuali nuove attività sindacali costrittive nei loro riguardi, in quanto se non altro perché c’è un problema di libertà e uno di retribuzione che hanno un valore primario.
Non sembra che l’articolo 18 affermi il diritto a tornare a fare quel lavoro in quel luogo per i lavoratori provvisoriamente riassunti, quando l’impresa ritenga per motivi di opportunità, di attendere l’esito della controversia. L’articolo 18 afferma che il lavoratore va provvisoriamente reintegrato «nel posto di lavoro». Il che vuol dire, alla lettera, che egli va reintegrato nel suo contratto, con il rispetto di tutte le sue clausole. E fra tali clausole non c’è l’obbligo del datore di lavoro di esigere la prestazione. Tale obbligo c’è solo per il lavoratore, se è il datore di lavoro che lo chiede. Neppure si può intendere il termine «posto di lavoro» nel senso di luogo fisico ove il lavoratore stava, prima del licenziamento. Infatti lo statuto dei lavoratori si limita a stabilire all’articolo 13 che il lavoratore non può essere trasferito da una unità produttiva ad un’altra se non per comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive.
D’altra parte questa della Fiat è un decisione temporanea, non solo in attesa che la vertenza giudiziaria si chiarisca, ma soprattutto in attesa che si chiarisca la posizione della Cgil sulla questione vera. Che è quella del nuovo modello di contratto che Marchionne prospetta, per effettuare in Italia i massicci investimenti previsti nel programma di Fiat auto. Tale programma deve essere vagliato nella sua redditività, in quanto per finanziarlo Fiat deve chiedere soldi al mercato: mediante aumento del capitale azionario e - per una parte - ricorso al credito.
Per rilanciare la Fiat non occorre solo il clima di distensione, per la vertenza di Melfi. La Cgil sta ripetendo gli errori che la ha condotta alla sconfitta nel 1980, con la famosa marcia dei 40mila di Torino, cioè quello di pretendere di togliere agli altri il diritto a lavorare, per affermare il proprio diritto a scioperare.
Occorre essenzialmente che i lavoratori cooperino con l’impresa allo sviluppo della produttività. Quindi occorre che il contratto «modello Pomigliano» diventi la regola. Questa è la posta in gioco. C’è una notevole contraddizione fra la pretesa dei sindacalisti licenziati e riassunti a Melfi di tornare al loro lavoro per svolgere attività sindacale aziendale sul luogo di lavoro, come uno di loro ha espressamente dichiarato, e la tesi della Cgil per cui non si debbono fare i contratti di lavoro aziendali.
Il contratto aziendale per garantire la flessibilità degli orari di lavoro è una delle ragioni per cui la Germania ha sviluppato la produttività molto più dell’Italia. Il suo pil quest’anno cresce del 3% mentre quello dell’Italia solo dello 1,1%. Non so cosa farà la Fiat dopo l’intervento del Presidente Napolitano. Ma senza il modello Pomigliano la Fiat non ce la farà a investire in Italia nell’auto, che è uno dei settori con cui il pil tedesco nel 2010 cresce al 3%, grazie al boom dello export.
Ma non è solo una questione Fiat-auto. É la sfida per l’azienda Italia e sopratutto per il Mezzogiorno in cui c’è un differenziale di produttività in meno a fronte di un differenziale in più di bisogno di fabbriche, di posti di lavoro veri, di crescita.