Confindustria-Cgil, sui salari è guerra di cifre

Emma Marcegaglia da Veltroni: «Non ci faremo imporre veti» Epifani cerca una mediazione con Cisl e Uil. Sacconi: senza intesa niente detassazione

da Roma

Fra Confindustria e Cgil è guerra di numeri. Il sindacato accusa gli imprenditori di voler ridurre i salari dei lavoratori attraverso il meccanismo di calcolo dell’inflazione previsto nel nuovo modello contrattuale. Emma Marcegaglia replica che il sindacato sbaglia, e mostra le sue cifre del tutto differenti, anzi opposte. E in questo stallo interviene il ministro del Welfare Maurizio Sacconi: «La Cgil rifletta: senza accordo la detassazione del salario di produttività è a rischio». Il governo è pronto a convocare le parti, purchè ci sia un «minimo di intesa» fra di loro.
La situazione resta dunque difficile nonostante i tentativi di Guglielmo Epifani di fare mezzo passo indietro rispetto alla rottura di mercoledì. Il segretario della Cgil invita infatti Cisl e Uil al confronto, prima dell’incontro decisivo del 10 ottobre; e fa invitare la Marcegaglia da Walter Veltroni alla sede Pd del Nazareno. Un incontro in cui il presidente della Confindustria illustra i contenuti di riforma dei contratti, negando che le imprese puntino a una riduzione dei salari ma anzi ad aumenti, purchè legati alla produttività. «C’è stata attenzione verso di noi. Ma non possiamo accettare - osserva la Marcegaglia - è un meccanismo come quello proposto dalla Cgil, ovvero una scala mobile». La Confindustria ribadisce che non si farà imporre veti. Ma sull’ipotesi di accordo separato con Cisl e Uil, apertamente evocata ventiquattr’ore prima, Emma pigia leggermente il pedale del freno: «Non ho detto che lo faremo, ma che valuteremo la situazione».
Confindustria e Cgil combattono intanto sulle cifre. Fra i diversi punti del documento sui contratti, è proprio la copertura dell’inflazione a provocare le polemiche più dure. Secondo i conti della Cgil, il nuovo modello provocherebbe, nel giro di 4 anni, una perdita salariale del 2,7%, pari a 1.914 euro. Sempre secondo la Cgil, fra il 1995 e il 2007 le retribuzioni nelle grandi imprese sono cresciute del 5,5%, mentre i profitti netti per dipendente sono aumentati del 74,5%. Cifre che non convincono la Uil. «Danno i numeri - dicono alla confederazione guidata da Luigi Angeletti - : evidentemente la Cgil si sente orfana dell’inflazione programmata, che il governo ha fissato all’1,7% quest’annno e all’1,5% l’anno prossimo». Secondo calcoli della Cisl, la proposta confindustriale garantirebbe aumenti di un punto percentuale più elevati rispetto all’accordo del ’93 in vigore.
Col nostro piano, puntualizza infatti la Marcegaglia, in quattro anni (gli stessi considerati dalla Cgil) i salari aumenterebbero di 2.503 euro. «Non capisco che conti siano stati fatti: la verità - aggiunge il presidente della Confindustria in una conferenza stampa - è che la Cgil vuole il ripristino della scala mobile. Una proposta inaccettabile, che farebbe male al Paese».
E l’ipotesi dell’accordo separato è praticabile? «Non so che cosa deciderà Confindustria - dice Epifani - ma se ci fosse un accordo separato, non semplificherebbe la vita a nessuno, nè alle aziende nè ai lavoratori. Ognuno deve assumersi le proprie responsabilità». Gli industriali sanno perfettamente che un’ipotesi simile darebbe il via a un periodo burrascoso nelle fabbriche, soprattutto per le imprese metalmeccaniche dove la Fiom è molto radicata. Da Sesto San Giovanni il segretario dei metalmeccanici Cgil, Gianni Rinaldini, già attacca la Marcegaglia, accusandola di dire «bugie» sui contenuti del documento: «Vuole ridurre il potere d’acquisto dei lavoratori».