«Confindustria ci ha deluso»

Pino Polli è uno dei rari imprenditori che nonostante la crisi non si lamenta. La sua Manifattura di Domodossola, leader nel settore degli intrecciati in pelle, continua a viaggiare a pieno ritmo. Eppure non esita a sostenere la denuncia di Roberto Belloli, che ieri in un colloquio con il Giornale, ha annunciato la nascita di un movimento di piccoli e medi imprenditori a sostegno del vero Made in Italy. E l’opinione di Polli conta, perché è presidente dell’Associazione Tessili Vari di Confindustria, che raccoglie tutti i produttori a monte del tessile.
Per quale motivo ritiene che Belloli abbia ragione?
«Perché oggi manca un’adeguata tutela di chi produce davvero in Italia. E se continua di questo passo dovremo affrontare ben presto una forte crisi industriale. La recessione e la concorrenza sleale rischiano di provocare la chiusura di molte aziende, con conseguente perdita di ricchezza e di posti di lavoro. Non penso che questo sia nell’interesse del Paese».
Eppure aziende come la sua se la cavano bene...
«Sì, ma anche chi riesce a resistere rischia di subire pesanti contraccolpi. Un’azienda non vive da sola, ma è inserita in una catena produttiva, che in gergo viene chiamata filiera. Se iniziano a saltare le ditte che mi riforniscono, come faccio a continuare a produrre? Il pericolo è che anche chi oggi va bene, tra un po’ incontri serie difficoltà per colpe non proprie».
La rabbia, crescente, contro Confindustria è giustificata?
«Direi di sì. C’una lobby molto forte che si oppone alle proposte di Belloli. Una lobby composta da grandi griffe che producono poco o nulla nel nostro Paese, ma intendono continuare a sfruttare il marchio Made in Italy e dunque non vogliono che venga fatta chiarezza. Esiste un evidente conflitto tra grandi gruppi e piccole medie imprese. Confindustria non riesce a prendere posizione, eppure dovrebbe stare proprio con questi ultimi... ».
Perché?
«I dati parlano chiaro: il 97% delle aziende iscritte ha meno di cento dipendenti. La media per azienda è di 24 lavoratori; dunque Confindustria dovrebbe rappresentare soprattutto le microimprese. E invece le grandi pesano di più. A parole l’Associazione di categoria si schiera dalla nostra parte, ma poi tutte le promesse restano sulla carta».
Basta la battaglia sul Made in Italy per salvare il sistema produttivo italiano?
«È necessaria, ma bisogna andare oltre, pensando già al dopo crisi. Il problema è che gli aiuti non sono stati equi. Sono stati varati incentivi per sostenere il settore automobilistico, che oggi dà lavoro a 170mila persone compreso l’indotto. Ma sa quanto pesa il tessile in Italia?».
No, lo dica lei...
«Ben 500mila posti di lavoro, praticamente il triplo, eppure non ha ricevuto alcun sostegno».
E c’è la concorrenza da Oriente. La Cina si può battere?
«Sì, purché la si affronti ad armi pari. Oggi noi subiamo una concorrenza sleale e i numerosi abusi delle aziende cinesi non vengono mai puniti in Europa. Inoltre sta esplodendo il problema delle ditte cinesi che lavorano direttamente in Italia e non portano alcun tipo di ricchezza al Paese: non pagano le tasse, né i contributi, non rispettano le leggi del lavoro, né le norme sulla sicurezza e rimpatriano i guadagni. Ma sono molto lesti a copiare i nostri prodotti. Così proprio non va».
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