Confindustria e la pax che non piace alla base

I vertici di viale dell’Astronomia cercano un’intesa sulle riforme con Cgil, Cisl e Uil. Ma molte delle aziende vanno in un’altra direzione

da Roma

«Noi, tutti assieme, possiamo condividere un progetto per il Paese. Perché condividiamo, credo, la stessa preoccupazione sulla tenuta del nostro apparato produttivo, e sulla necessità di creare più occupazione».
Roma, 27 maggio 2004. Luca Cordero di Montezemolo, appena insediato alla presidenza di Confindustria, lanciò subito un appello ai sindacati per riprendere la strada della concertazione. Un avvicinamento, in quel preciso momento storico, non era impossibile. La determinazione del governo Berlusconi a portare avanti il suo piano di riforme lo isolò da Cgil, Cisl e Uil. E il gioco di sponda riuscì.
Il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, quello stesso 27 maggio 2004, da Terni salutò con giubilo l’arrivo di Montezemolo a Confindustria come un «fatto importante» criticando «coloro che dicevano che la concertazione era morta», messaggio diretto all’allora ministro del Welfare Roberto Maroni. Segnali positivi giunsero anche dalla Cisl e dalla Uil.
Il fallimento del tavolo aperto sulla revisione contrattuale e alcuni rinnovi difficili come quello dei metalmeccanici fecero finire ben presto l’idillio. All’assemblea di Confindustria del 26 maggio 2005 Montezemolo parlò di un anno «trascorso senza risultati concreto» definendo alcune piattaforme rivendicative come «al di fuori di ogni compatibilità». E di «passo indietro» in quell’occasione parlò anche Guglielmo Epifani. Mentre Savino Pezzotta, ancora leader della Cisl, invitò Confindustria a «mostrare più coraggio su questo terreno». L’avvio di una lunghissima campagna elettorale e il profilarsi di Romano Prodi come futuro presidente del Consiglio contribuì a sanare le ferite che nel frattempo si erano create. Non ultima la polemica sulla proposta del vicepresidente di Confindustria, Alberto Bombassei, del «sabato lavorativo» per aumentare la produttività.
La ricerca della pax sindacale fino allo scorso 18 marzo era un obiettivo ancora perseguibile. Poi c’è stato il convegno di Vicenza e l’intervento di Silvio Berlusconi, tanto acclamato dalla platea quanto ascoltato con freddezza dal vertice in prima fila. Il fatto, di per sé politico, non poteva non avere conseguenze anche in ambito delle relazioni industriali. Come poteva il presidente di Confindustria continuare a strizzare l’occhio alla sinistra e ai sindacati quando la base si riconosceva nel leader della Cdl e nel suo programma (riforme, competitività e ottimismo)?
«Se Della Valle avesse parlato sarebbero volate le sedie», rivelò in quei giorni un grosso imprenditore al Giornale riferendosi alle contestazioni del businessman marchigiano a Berlusconi. Gli industriali chiedevano e chiedono al governo di rilanciare la competitività salvaguardando la legge Biagi e legando i salari alla produttività. Più che i cinque punti di cuneo fiscale promessi da Prodi ritengono necessario un drastico taglio dell’Irap. Montezemolo ha affrontato giorni difficili in Confindustria, ma alla fine è riuscito a ricompattare la base proprio con la strenua difesa della legge Biagi e delle riforme di Berlusconi. Che gli sono valse calorosi applausi nel suo ultimo intervento all’assemblea dello scorso 25 maggio. Ma in quell’occasione Montezemolo sottolineò che il confronto con i sindacati «va riaperto». Ed Epifani, pur tra mille distinguo, si mostrò disponibile come Bonanni e Angeletti.
Ieri le contestazioni a Epifani di Varese, patria della Lega, hanno riaperto la ferita. Montezemolo ha voluto ricucire (ai brusii è stata data un’«importanza eccessiva»), ma ancora una volta Confindustria non è riuscita del tutto a fare da camera di compensazione delle diverse istanze. E il pallino ce l’ha in mano l’ex cigiellino Cesare Damiano.