Confine a rischio: non bastano 30mila uomini

Andrea Nativi

La risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza suscita molte perplessità sotto il profilo militare. È stato infatti deciso lo spiegamento nel Libano meridionale di una forza di 30.000 uomini (metà dell’esercito libanese e metà dell’Onu), che assumerà il controllo dell'intera fascia di territorio compreso tra la il confine con Israele e il fiume Litani. Il numero di soldati è appena sufficiente, data l'ampiezza dell'area di operazioni.
Si è scelto di puntare sul consenso delle parti e una cessazione delle ostilità come pre-condizione per l'avvio di una missione di mantenimento della pace. Ancorché le regole di ingaggio saranno rinforzate, si tratta di una delle tradizionali forze multinazionali Onu. Non c'è nessun riferimento al Capitolo VII della carta delle Nazioni Unite che prevede il ricorso alla forza per l'assoluzione del mandato e si è stabilito di utilizzare come «base di partenza» l'attuale Unifil, che agisce in base al Capitolo VI e la cui esperienza dal 1978 ad oggi è stata assolutamente fallimentare.
Affinché i soldati libanesi e della forza internazionale possano entrare in azione occorre che Hezbollah accetti di sospendere i combattimenti. Una vera scommessa. E uno dei nodi cruciali, il disarmo delle milizie islamiche, rimane insoluto. In teoria se ne dovrebbe occupare l'esercito libanese, sempre con il placet di Hezbollah. In compenso sono previsti divieti e misure di controllo per impedire che la guerriglia possa ricevere nuovi armamenti dai suoi fornitori iraniani e siriani. Ma per sigillare davvero le frontiere terrestri, aeree e marittime libanesi serviranno settimane, se non mesi, tanti uomini e mezzi e la volontà di fare sul serio.
Ci vorrà tempo anche per dislocare i soldati nel Sud Libano, al di là degli abituali «advanced parties»: dovranno essere decisi punti di entrata per i contingenti internazionali, a nord della zona operativa, per poi trasferirli a sud.
La composizione dell’Unifil è da perfezionare: ci sia augura che sia dotata di una moderna struttura di comando e controllo e che il nocciolo delle truppe sia costituito da contingenti omogenei professionali, con consistenza minima di brigata leggera. È significativo in questo senso che per l'Italia si parli di circa 3.000 uomini. Un cambio radicale quindi rispetto alla attuale Unifil e che permette un cauto ottimismo. Ma i reparti dovranno avere piene capacità combat, sia per autodifesa, sia per proteggere la popolazione.
Prima che Unifil dia il cambio a Tsahal, Israele vuole portare a termine la occupazione e la «bonifica» della fascia di sicurezza. Se le operazioni cesseranno domani, Tsahal non avrà il tempo per raggiungere questo obiettivo. Si è mosso troppo tardi ed ora è in lotta contro il tempo, come spesso gli succede. Certo le colonne meccanizzate israeliane attraversano come burro quello che Hezbollah considera il suo territorio. Del resto la guerriglia non ha gli uomini né gli armamenti per tentare una difesa territoriale rigida. Si è battuta e bene sui confini e in alcuni centri strategici. Ora però può solo tornare alle tradizionali tattiche della guerriglia o accettare un intervento internazionale che per Nasrallah e compagni sarà davvero salvifico.