Confiscato il tesoro di don Tano. 25 anni dopo

In fondo sembrava un tipo di poche pretese. Anche laggiù, nel carcere di Fairton, New Jersey, il suo domicilio dal 1984 e dove avrebbe dovuto scontare 44 anni se non avesse chiuso gli occhi prima, il 29 aprile del 2004, don Tano non si comportava certo da boss sbruffone e arrogante. I registri del Federal correctional institution (più che un carcere, un college, immerso in una bambagia di verde con tanto di scoiattoli giocosi) che ha avuto l’onore di ospitarlo, per vent’anni ci raccontano di pochi suoi eccessi. Qualche concessione al palato con le ghiottonerie della sua Sicilia, ma nulla di più. Niente tappi di champagne che saltavano, niente caviale.
Poche pretese, dunque. Come si ostinano a ricordarci, ogni volta che si tira in ballo Gaetano Badalamenti, i suoi legali e i suoi amici. La vita quasi maniacale di un contadino e di un pastore, come lui si era sempre vantato d’esser stato, almeno in gioventù. Altro che padrino. Altro che stramiliardario, con il forziere zeppo di dobloni d’oro, nascosto magari nella stalla o sotto l’albero dei fichi d’India. Eppure. Eppure dopo un iter tormentato, dopo una marcialonga che, minuto dopo minuto, è durata 25 anni, ecco che la giustizia-lumaca di quest’Italia, non solo quel forziere dei dobloni d’oro l’ha trovato, ma sta anche per metterci le mani sopra con un provvedimento di confisca dal sensazionale rilievo. Il tesoro di don Tano, il boss di Cinisi condannato all’ergastolo per l’uccisione, mascherata da suicidio, nel 1978, di Giuseppe Impastato, il giovane militante di Democrazia proletaria, che aveva denunciato al mondo dai microfoni di una radio privata i suoi abusi e soprusi, è una cosina da cento milioni di euro, cifra approssimata per difetto. Curiosità compresa in questa storica confisca è la casa dei «Cento passi», passata alla cronaca per la distanza che la separa dall’abitazione di Peppino Impastato, ricordata nel film di Marco Tullio Giordana. La palazzina Badalamenti, al civico 183 di corso Umberto I, che ha ispirato il lungometraggio distava appunto «cento passi» dalla casa degli Impastato, al civico 220, che ora è diventata «casa memoria», centro di iniziative culturali antimafia. Con la confisca oltre a terreni e e società varie passa allo Stato anche lo stabile in cui vivevano i Badalamenti. L’edificio è intestato alla vedova del boss, Teresa Vitale, 76 anni, che vive a Castellammare del Golfo. C’è da precisare che, come ogni figlio che si rispetti, gli eredi hanno tentato e tenteranno fino all’ultima carta bollata di non mollare il consistente lascito. Che, secondo la difesa, era stato acquisito da Badalamenti grazie al suo legittimo e onesto lavoro. Di contadino e di allevatore, appunto. Ma evidentemente qualcosa non torna, non è mai tornato nei conti di famiglia, se il giudice Cesare Vincenti, del Tribunale di Palermo, non ci ha creduto e ha emesso il decreto di confisca. In 32 pagine il presidente del tribunale parla di «ricchezza inquinata all’origine di modo che il bene finisce con l’essere uno strumento di sviluppo della organizzazione mafiosa, dei suoi membri e, quindi, pericoloso in sé».
Per il magistrato è stato «il ruolo di vertice assunto nell’ambito di Cosa Nostra e mantenuto per oltre un decennio a portare don Tano alla ricchezza». E, sempre secondo il giudice «il ruolo di capomafia mal si concilia con la dedizione all’umile lavoro di allevatore e coltivatore diretto, cui sembrano ricondurlo le prospettazioni difensive».
Privato dei quattrini e del suo impero, che direbbe oggi il ruvido don Tano, custode di mille segreti fino alla fine, l’uomo che sbugiardò Buscetta («Un debole, sputa nel piatto dove ha mangiato ma qualcuno lo imbocca») a proposito del presunto bacio Riina-Andreotti? Forse parlerebbe come il don Mariano Arena del Giorno della Civetta: «...Ci sono i quaquaraquà e poi ci sono quelli come lei signor giudice. Che, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, sono uomini...».