Il conflitto d’interessi del «Corriere» anti Eni

In tempi non sospetti, Il Sole 24 Ore, grazie al lavoro di Giuseppe Oddo, ha svelato tutti gli intrecci e gli interessi del gigante petrolifero Eni con la Russia. Si parla di gas, dei ricchi (...)
(...) contratti che ne assicurano l’approvvigionamento e dei tubi che dovrebbe trasportarlo dalla Russia all’Italia. Nelle settimane scorse Corriere della Sera e Repubblica hanno in sostanza riassunto (si fa per dire, viste le pagine dedicate) le puntate già scritte nei mesi passati. È interessante capire cosa stia alimentando questa rinnovata e benvenuta attenzione giornalistica nei confronti della potente multinazionale italiana. Vediamo.
1. Colpire l’Eni per colpire il Cav. Il cane a sei zampe ha sempre rappresentato più di una semplice impresa. Attraverso l’Eni i governi italiani hanno sempre adottato una politica estera parallela. Che conta forse più di quella delle Cancellerie: in ballo ci sono quattrini e contratti che, per loro natura, sono decennali. I rapporti con l’Iran, solo per dirne una, possono passare da un’esplorazione petrolifera anche quando sarebbe difficile alimentarli con una visita ufficiale di Stato. Nel passato ciò valeva evidentemente anche per la Libia. Il feeling tra il premier e Putin può essere più facilmente contestato su basi politiche (difficile per una certa sinistra) se si adombrano questioni affaristiche. È singolare a questo proposito notare come il rappresentante di Banca Intesa diventi un losco figuro quando tratta gli affari (cosa tutta da dimostrare) del cane a sei zampe, mentre sia un banchiere attento quando si occupa delle partecipazioni della sua banca. Il tema ovviamente non è dunque quello dell’interlocutore (Putin e l’economia opaca russa), ma dell’azienda, che si vuole mettere in difficoltà.
2. Colpire l’Eni per colpire Scaroni. In primavera le aziende a partecipazione statale (Eni, Enel e Finmeccanica solo per citare le più importanti) hanno i loro vertici in scadenza. Creare un po’ di fumo per tempo renderebbe più semplice un cambio a fine corsa. Sia chiaro, la procedura - come direbbe il favoloso Marchese del Grillo di Monicelli - è semplice: io faccio casino senza fondato motivo e tu così non becchi nulla. Un sistema che a scadenze precise si ripete anche per le aziende private. Alla vigilia del rinnovo dei vertici di IntesaSanPaolo, ad esempio, si scoprirono crepe da tutte le parti. Si capì solo dopo che di nulla si trattava. Il «semestre elettorale» per un manager di Stato o privato è sempre materia incandescente. Anche Cappuccetto Rosso dovrebbe temere riguardo la propria moralità.
3. Colpire l’Eni per aiutare gli avversari. Quando si parla di petrolio, gas ed energia gli interessi che girano sono miliardari. Ne citiamo solo alcuni, ma piuttosto significativi. Prendiamo l’elettrica Edison, azionista del patto di sindacato del Corriere della Sera. L’azienda è guidata da un manager tosto, tostissimo, Umberto Quadrino. Un signore che si è presentato dai russi è ha detto loro di diminuirgli il prezzo del gas su contratti che aveva già firmato. Mica semplice, con tutta probabilità però porterà a casa il risultato. Ma Quadrino fa girare il gas, costruisce centrali, cerca petrolio e si muove tra due colossi (italiani) come Eni ed Enel. E, soprattutto, si trova diviso a metà tra i suoi azionisti francesi (Edf) e le municipalizzate italiane. I francesi vorrebbero portarsi a casa tutto il boccone, gli italiani fanno muro. Gli azionisti francesi di Edison non sono esattamente disinteressati alle sorti di Eni, così come l’ambasciatore più graduato degli affari francesi in Italia, Giovanni Bazoli, è molto legato ad Edison. Fu Bazoli il regista del salvataggio post crac Fiat della vecchia Montedison e proprio un finanziere vicino, vicinissimo al professore bresciano, Romain Zelesky, a lungo ne detenne un pacco di azioni rilevanti. Insomma, un pezzettino dello scenario futuro di Edison passa per Brescia e qualche colpettino agli ex monopolisti dell’Eni non darebbe fastidio ai francesi. Fantafinanza? Sì, certo, come quella del fondo americano Knight Vinke che ha preso due pagine di giornali per spiegare agli italiani come l’Eni divisa in due sarebbe molto gradita dai mercati finanziari. Il fondo americano ha un pacchetto importante del cane a sei zampe. E si ha buon gioco da quella sponda dell’Atlantico a mettere insieme le presunte ombre sugli affari greasy dell’Eni in Russia con i propri interessi di bottega: azionaria e strategica. Franco Bernabè, che oggi guida Telecom, spesso ricorda: «Se ai tempi in cui guidavo l’Eni avessi seguito il consiglio dei fondi e degli analisti di adottare il modello redditizio messo in piedi dall’americana Enron, oggi sarei fallito».