Il conflitto generazionale vissuto sulla pelle di un «camaleonte»

Non sempre è facile cambiar rotta alla propria vita. Prendere le distanze dalle aspettative dei padri, liberarsi dal peso di un’eredità di intenti, di obblighi morali, di ambizioni, e provare a camminare a testa alta verso i propri sogni. Ma forse è ancor più difficile per un padre insensibile, con addosso la corazza di un camaleonte, capire che è tempo dei flash back, è tempo di riparare agli errori, di riscoprire che il vecchio cuore di ragazzo può ancora battere forte, fortissimo. Non è troppo tardi per i protagonisti del romanzo di Giovanni Ferrero Il camaleonte (Mondadori, pagg. 196, euro 17), dove un padre e una figlia in una Parigi di mezza estate sono divisi da tutto. Lui è Jacques Tarrou, un uomo stimato nel mondo degli affari, uno dei più facoltosi e potenti di Francia, che ha dedicato la sua esistenza al lavoro realizzando opere di ingegneria in tutto il globo, compresa una diga sul fiume Zambesi talmente mal costruita, nonostante l’esperienza, che cedendo un giorno si portò via gli abitanti di un intero villaggio. Lei è Françoise, sua giovane e unica figlia, il suo delfino, se lei volesse farsi sedurre dal potere, mettersi la divisa del manager, essere rassicurata dai «grandi» ideali: l’acquisto delle azioni, l’andamento delle valute, leggere sul Financial Times l’intervista a qualche esponente della Banca Centrale. A dividerli appare l’ombra di Kinta, un guerriero Oshanti, un gigante con il cuore di fanciullo, che è l’unico sopravvissuto al massacro della diga e ha trovato rifugio proprio a Parigi: è l’incontro casuale su una panchina con questo giovane uomo e poi con il suo amico Roland che ha dedicato la sua vita all’Africa, a far comprendere a Françoise che oltre i confini del suo mondo ce n’è un altro completamente sconosciuto che ha i colori e i suoni magici del Continente Nero. Di questo e molto altro parla Giovanni Ferrero, 41 anni, non uno scrittore di professione ma già al suo terzo romanzo (gli altri sono Stelle di tenebra e Il giardino di Adamo, sempre Mondadori). Ancora una volta torna ai temi che più gli sono cari: racconta di come il conflitto tra generazioni molto spesso offusca i cuori e anche dell’egoismo o dell’indifferenza che spinge gli abitanti del nord del pianeta, in nome dell’arido profitto, a calpestare popolazioni, culture, sentimenti senza però alla fine risultare vincenti. Ma chi è Jacques Tarrou «se non un vecchio al crepuscolo cui non rimaneva che qualche scampolo di vita, qualche effimera stagione dai colori sbiaditi e dalle luci scialbe?». Chi è per le persone là fuori? «Per i mass media era qualche dischetto negli archivi dei giornali. Era metri e centimetri per il suo sarto, una faccia da radere per il barbiere e dieci dita per il manicure». E chi è invece sua figlia Françoise pronta a vivere tante identità, compresa quella di finta «giovane professionista della passione» per sentirsi libera di sedurre ed essere sedotta con il mondo che soltanto così smette di essere per lei un fardello? Ma chi è veramente questa giovane donna che rimane subito attratta da Kinta e riesce a far perdutamente innamorare di lei al primo sguardo, uno sguardo simile a una scintilla, Roland, tanto che l’uomo pensa che in quel momento il suo destino sta entrando nell’ignoto e lui può uscirne «sfigurato per la vergogna oppure trasfigurato dalla passione»? Ed è proprio l’amore imprevisto per questo signore di mezz’età che appartiene con l’anima e con la mente agli indigeni che le fa capire la direzione da dare alla sua vita: volta le spalle alle ambizioni del padre, alle prospettive di carriera, ad una divisa che le avrebbe imbalsamato per sempre il cuore. Alla fine, anche per le scelte di questa sua figlia sciagurata e irresponsabile e per altri risvolti che il lettore scoprirà nel finale, Jaques Tarrou vede dissolversi il suo mondo. Il mondo di un uomo che non era fatto per l’amore. Tarrou ha l’impressione che la sua corazza di camaleonte a poco a poco si assottigli e che all’improvviso non gli rimanga addosso altro che un’epidermide trasparente attraverso la quale gli sembra di «poter scorgere il suo vecchio cuore battere»: allora, solo allora, capisce «di esser ritornato uomo tra gli uomini» e forse di poter tornare ad amare.