Conflitto di interessi, la sinistra ci riprova

Tronchetti: «Attenti a non regolamentare tutto». Confalonieri: «Duopolio finito grazie alla Gasparri»

Laura Cesaretti

da Roma

A chi (vedi martellanti editoriali del Corriere della Sera, ma anche pungenti critiche dell’Economist) sfida il possibile, futuro governo di centrosinistra a dire quali grandi e innovative riforme mette in cantiere per i suoi mitici «primi cento giorni», prova a dare una risposta la Margherita di Francesco Rutelli.
«Credo che nei primi cento giorni, il governo di centrosinistra dovrebbe fare una legge sul conflitto di interessi», annuncia Paolo Gentiloni, tessitore delle strategie rutelliane e da poco alla guida della commissione di vigilianza sulla Rai (nonché in predicato, secondo molti, per posti di rilievo in un eventuale esecutivo dell’Unione). Lo annuncia dal palco del Big Talk milanese, kermesse programmatica della Margherita, dove ieri ha radunato sul palco tutti i vip della televisione italiana: il presidente Rai Claudio Petruccioli, quello di Mediaset Fedele Confalonieri, Marco Tronchetti Provera editore di La Sette.
Una storia travagliata per il centrosinistra, quella del conflitto di interessi: non è riuscito a partorire una legge nei cinque anni di legislatura in cui era maggioranza, tra il 1996 e il 2001. Poi, quando faticosamente il centrodestra ha con qualche fatica partorito il suo provvedimento in materia (in forza del quale il premier si è financo dimesso da presidente del Milan, per incompatibilità ovviamente), lo ha messo all’indice delle leggi «ad personam» dell’era berlusconiana. Ora Gentiloni promette che ci si tornerà su, se l’Unione andrà al governo, ma assicura al contempo che «non avremo interesse a fare provvedimenti che penalizzino Mediaset».
Nel frattempo, su una cosa i protagonisti del management tv sono sembrati d’accordo: l’attuale assetto del sistema andrà ripensato. «La Gasparri purtroppo non è una legge che riorganizza il sistema in maniera definitiva», dice Petruccioli. «Per affrontare seriamente il problema la politica deve dire la sua con chiarezza sulle cose che la riguardano. La televisione in Italia è come la politica italiana l’ha prodotta. È la politica che ha prodotto questa televisione in tutti i suoi aspetti. Mi aspetto - ha sottolineato - che finalmente si ridefinisca tutto il sistema televisivo». Tronchetti Provera lancia un avvertimento: «Bisogna stare attenti a non voler regolamentare tutto, perché poi il rischio è di tornare tutti nani», dice il presidente di Telecom, sollecitando la politica (e il prossimo governo) a evitare «una cultura vincolistica», nonché «l’istinto pericoloso di regolamentare l’esistente» perché tutto «sta cambiando molto velocemente, nel mondo delle tecnologie, e quello che succederà nei prossimi mesi sarà completamente diverso da quello che si è avuto negli ultimi 10 anni».
Confalonieri difende alcuni risultati della legge Gasparri, che ha «consentito di far partire gli investimenti nel settore da parte delle aziende» e di sviluppare anche il digitale, oltre «ad aver rotto il divieto della proprietà tv ai giornali che per noi rimane fino al 2010 ma che ha consentito al gruppo L’Espresso di entrare nel settore». Ora, dice il presidente di Mediaset, non è più possibile parlare di «duopolio» tra aziende berlusconiane e Rai: con l’ingresso di Sky e del gruppo Telecom, «i soggetti forti sono diventati quattro». Con una crescente concorrenza anche sul piano dell’audience, perché «l’80-90 per cento non è più così pacifico. Quando ci sono le partite, Sky porta via il 10 per cento». Vero è, però, che «in questo settore alcuni aspetti diventano obsoleti in poco tempo», e dunque a breve l’attuale legge di assetto potrebbe non bastare più. Di certo, una cosa della Gasparri non piace a Confalonieri, guarda caso: «Non condivido la privatizzazione della Rai».
Ma «la proprietà della Rai non può rimanere come è oggi», avverte Claudio Petruccioli. La Rai «è ancora troppo ente e troppo poco impresa. Nel futuro questa cosa deve cambiare e per farlo si devono risolvere delle contraddizioni, a cominciare proprio dalla proprietà. Questo cda è l’ultima chiamata per la politica per risolvere i problemi della Rai. È l’eutanasia della politica nei confronti della Rai». E annuncia: «Fra pochi giorni ci saranno delle ipotesi scritte in mano di chi si occupa di queste cose», proposte che serviranno a «riattivare la discussione sul servizio pubblico, sulla tv, sulla Rai ».