Confronto per fissare i confini

Le parole di Benedetto XVI e del cardinale Ruini hanno avuto, nella trattazione dei temi riguardanti l’Italia, accenti diversi ma anche una evidente sintonia sulle questioni che sono di fede e di coscienza. È stata molto ferma, in entrambi, la difesa della vita umana «fin dal suo concepimento e fino al suo termine naturale». Le voci in difesa della legge 194 sull’aborto, che si sono subito alzate nell’arena politica, erano prevedibili. L’allarme per un possibile attacco alla legge mi sembra tuttavia prematuro e eccessivo. La 194, nonostante il revival di sentimenti religiosi che s’è potuto ultimamente avvertire, rimane a mio avviso un punto fermo per la maggioranza degli italiani e delle italiane. Stupisce un po’, invece, che queste pronunce della Chiesa sull’aborto, sulle norme che lo regolano, e dunque anche sulla 194, siano viste da alcuni come un’invasione ecclesiastica del territorio istituzionale che appartiene allo Stato. Quando il Papa e i vescovi si attengono, nelle loro pronunce, alla dottrina della Chiesa quale è stata formata e confermata nei millenni, il laico può rivendicare la sua indipendenza, e dissentire: non può pretendere di insegnare al Papa come si fa il Papa, e quale insegnamento si può o si deve dare al gregge dei credenti.
La vera questione - che non è più per fortuna la «questione romana», ma che ne ha ereditato qualche punto fondamentale - riguarda quelli che sono i confini della laicità nella concezione della Chiesa, e quelli che sono i confini del magistero religioso, morale, sociale della Chiesa nella concezione di uno Stato moderno. Bisogna pur dire con franchezza che, insieme allo storico, profondo legame tra la Chiesa e l’Italia che il Papa ha evocato, c’è stato anche uno storico e profondo contrasto, una ferita ormai per fortuna rimarginata ma non del tutto dimenticata. Benedetto XVI non nega la laicità dello Stato purché sia «sana». Con il che intende dire, mi sembra, che deve sempre aderire non ai canoni religiosi ma ai principi etici che sono propri del cristianesimo.
Joseph Ratzinger sa calibrare con sapienza le parole e i concetti. Un purista della laicità potrebbe obbiettare a quel «sana» che le precisazioni diventano a volte insidiose. Come avviene se si ammette la critica, purché costruttiva (il criticato raramente la trova tale). Precisato questo, credo che il monito papale sia utile nel momento in cui la laicità, intesa alla Zapatero, degrada in un attacco a sentimenti e valori fortemente radicati nella sensibilità dei popoli cattolici (e nel termine includo tanti, tantissimi autentici laici). Quell’andazzo non è sano, al riguardo sono d’accordo con il Papa.
Diverso è il discorso per una serie di considerazioni e di suggerimenti che il cardinale Ruini, nel presiedere la cinquantacinquesima assemblea dei vescovi italiani, ha rivolto non a soggetti indeterminati ma, evidentemente, alle autorità della Repubblica. Certo i vescovi italiani, la cui influenza sui fedeli è grande, hanno diritto di dire come la pensano, e come la pensa anche la Santa Sede circa alcuni nodi della vita italiana. Tuttavia l’elencazione di Ruini - l’osservazione è del segretario radicale Capezzone - somiglia a un programma di governo. Il che appare molto evidente nei riferimenti alla spesa pubblica, al Mezzogiorno, agli interventi per la famiglia. Le affermazioni di Ruini mi sembrano in larga misura condivisibili. Dimostra di conoscere bene - era facile supporlo - la situazione italiana, i desideri degli italiani, le delusioni degli italiani.
Forse, nella loro convinzione d’essere interpreti privilegiati della collettività, i vescovi si spingono un po’ oltre il limite religioso e sociale, abbozzano un disegno operativo che non spetta a loro. Se così è, la colpa dell’intrusione risale, più che a loro, al manifestarsi d’un anticlericalismo vecchia maniera che provoca reazioni uguali e contrarie. Sia chiaro, comunque, che nulla è in pericolo, né la sacralità della Chiesa né la laicità dello Stato. I dottori sottili amano molto disquisire in proposito. Ma altri sono i problemi urgenti sul tappeto: e non riguardano il Tevere, né la sua larghezza.