Confronto

Abbiamo una lunga storia di dibattiti televisivi su tutti gli argomenti possibili e immaginabili. Il cosiddetto talk-show è un genere che offre un’opportunità unica, quella di consentire alle persone che se ne stanno a casa loro di partecipare come giudici a una discussione tra esperti. Chi, in uno studio televisivo, discute, per esempio, di fecondazione artificiale, nel confrontare le sue idee con altri interlocutori sa (è auspicabile che sappia) che il vero giudice delle sue opinioni - il suo vero interlocutore - sono le migliaia di spettatori che lo stanno guardando e ascoltando da casa.
Ciò spiega come proprio questo tipo di trasmissioni televisive siano una grande opportunità per la democrazia: far conoscere alla gente i problemi attraverso il confronto di idee e consentire una riflessione critica su di essi. Ma perché questo avvenga, oltre - evidentemente - a punti di vista divergenti da mettere a confronto, ci vuole spontaneità nel dibattito, perché, diversamente, non si coinvolge il pubblico che se ne sta a casa, il quale finisce per seguire una litania di frasi ed enunciazioni che non lo catturano, non lo stimolano a riflettere.
È come se tenessi a scuola una lezione leggendo dei fogli: il discorso è perfetto, fila liscio, certamente interessa, ma non coinvolge emotivamente gli studenti: posso essere certo che quella lezione lascia il tempo che trova, non avrà nessuna influenza sui giovani. Se invece li coinvolgo, eventualmente con un tono di voce acceso, con la passione che provo per l’argomento, con qualche provocazione, posso essere certo che gli studenti incominciano a discutere tra loro e con me, e che quella lezione resterà impressa nelle loro teste.
Con le ovvie differenze, la stessa cosa accade in un dibattito televisivo spontaneo, acceso, con buoni interlocutori; e chiediamoci allora quanto la democrazia abbia guadagnato dal dibattito televisivo - dal talk-show - politico. La risposta è: moltissimo. E chi sostiene il contrario significa che è nostalgico del controllo della comunicazione politica che una volta si poteva esercitare attraverso i partiti o i filtri messi sugli articoli di giornale.
La televisione scardina questo controllo, cosa perfettamente compresa da Silvio Berlusconi, il quale, nonostante abbia contro il novanta per cento dei giornali, riesce ad aggirare la censura su di lui. Ma ecco che arrivano le regole per «regolare» l’incontro televisivo tra Berlusconi e Prodi. Cosa sono - in questo caso - le regole, se non l’introduzione di una censura? Una censura che si vuole estendere alla televisione, una censura su quella spontaneità del dibattito che rappresenta il fondamentale presupposto perché la comunicazione televisiva giunga nelle case della gente, la coinvolga, la faccia riflettere e non la annoi, provocando un ulteriore disgusto e allontanamento dalla politica.
Le regole - così come sembrano profilarsi - per «regolare» l’incontro televisivo tra Berlusconi e Prodi sono però anche una censura alla persona: si vuole negare l’espressività della persona, come se la comunicazione tra gli uomini fosse soltanto un fatto verbale e non riguardasse l’insieme della loro fisicità. E questa è la censura più becera e più violenta al tempo stesso: priva qualcuno della possibilità di presentarsi così com’è, e suppone che chi sta osservando e ascoltando sia un deficiente che si fa suggestionare come se fosse un minorato psichico.
Infine, queste famose regole sono una censura allo stile di un uomo, stile che è la forma essenziale della sua autorappresentazione. Si pensi soltanto all’autorevolezza di una persona che si manifesta semplicemente nel suo mostrarsi, in silenzio, senza che proferisca una sola parola. Da cosa dipende? Dallo stile. Tanto per semplificare, non diciamo forse: quella persona ha il physique du rôle?
Le famose regole del famoso dibattito televisivo sono anche un modo per proteggere chi non ha il physique du rôle. E chissà perché le regole sono tanto auspicate da Romano Prodi.