Confusione tra i pali sul ruolo di Gigi Buffon

Carissimo Granzotto, sono un grande appassionato di calcio e ho seguito tutte le partite dell’Italia in occasione di questi campionati europei. Premetto: sono un convinto tifoso di Gigi Buffon, ritengo che sia un portiere che non ha nulla da imparare né tantomeno invidiare a nessuno. Al contrario, ha molto da insegnare. Detto questo, non nascondo di essermi divertito parecchio nel leggere la sua risposta al lettore Bondi. In particolare ho assaporato la stramba conclusione da lei scritta. Riporto le sue parole «il mestiere del portiere è - cito a memoria - parare i rigori che para e non parare i rigori che non para». Le chiedo se, dopo la partita Italia contro Spagna finita ai rigori, e cioè a tu per tu con il portiere, lei ha le idee più chiare sul ruolo o sul «mestiere» dell’estremo difensore.



Macché. Anzi, se vuol saperla tutta, caro Santini, ho ancora le idee più confuse. Confusione alla quale hanno contribuito due o tre faccende. La prima è questa storia della «lotteria dei rigori», che durante e dopo Italia-Spagna avrò sentito e letto non so quante volte. In base a tale espressione rituale l’esito del rigore sarebbe dunque affidato al caso, alla buona o cattiva sorte. Ergo, la presenza del portiere fra i pali risulterebbe, mi corregga se sbaglio, un semplice pro forma.
La seconda faccenda è invece questa: se Iker Casillas para un rigore di Antonio Di Natale trattasi di rigore sbagliato. Se però Luigi Buffon para un rigore di Dani Guiza, trattasi di rigore parato. Ne consegue che nel primo caso il ruolo del portiere risulta insignificante. Nel secondo, determinante. E lei capisce, caro Santini, che a uno come me, non ferrato in calcistica, questo modo di intendere il ruolo del portiere, una volta così e l’altra cosà, è fonte di molti interrogativi che stentano a trovare risposta.
Terza faccenda, quella risolutiva al fine di configurare entro parametri razionali il mestiere di portiere, è che nei commenti così come nei lamenti per la smacco inflittoci dalle furie rosse zapateriane manca qualsiasi riferimento a chi sta fa i pali. Pur con il rispetto e l’ossequio dovuti al Cittì («de sinistra», poi), Donadoni la sua strigliata se l’è buscata. Anche «Lucatoni» (mai che in telecronaca lo chiamassero Luca o Toni o Luca - staccato - Toni) ha avuto la sua parte di ramanzine. E così quello gnoccolone di Simone Perrotta e quell’altro buono di Antonio Cassano (che però, a mio avviso, merita l’encomio per come ha diretto il coro della tifoseria azzurra. Il Karajan della curva sud). Si è detto anche che ai fini della batosta sono risultati decisivi gli errori di Di Natale e di De Rossi dal dischetto. Giusto. Ma non un rigo, non un fiato su un’obiezione che a me pare lapalissiana: se invece di parare un rigore in meno, «Gigi c’è» ne avesse parato uno in più oggi saremmo in semifinale.
Questo è, caro, Santini: gente del mestiere, gente che di calcio la sa assai più lunga di me, nega che il portiere abbia un ruolo ai fini del risultato. Confermando la convinzione che il lavoro del portiere è di parare i gol che para e di non parare i gol che non para. Il resto è silenzio (William Shakespeare, Amleto, atto quinto, scena seconda).
Paolo Granzotto