LA CONFUSIONE ZAPAPRODISTA

Sul Corriere della Sera di qualche giorno fa Romano Prodi ha presentato il suo pasticciato programma di politica estera, che applicherà se vincerà innanzi tutto le primarie e, poi, le vere e proprie elezioni politiche. È un programma imperniato sulla centralità dell'Europa nel quadro internazionale: la Ue dovrebbe, poi, filtrare i rapporti tra Italia e Stati Uniti. In questo quadro si fa intendere che un esecutivo prodiano si differenzierebbe dalla linea tenuta da Silvio Berlusconi in Irak, mentre si afferma che, invece, il centrosinistra continuerebbe l'impegno militare in Afghanistan e Kosovo. Queste proposte piuttosto confuse sono bastate per scatenare il dissenso a sinistra. Non solo Rifondazione comunista, ma anche altri partitini dell'Unione, hanno ribadito che mai appoggerebbero un qualsiasi tipo d'iniziativa bellica, promossa o meno dall'Europa, dalla Nato e persino dall'Onu.
Lo stesso Prodi, poi, d'intesa con Rutelli e i leader ds, ha spiegato (tortuosamente, immaginiamo) a Ronald Spogli, nuovo ambasciatore americano a Roma, che anche con il centrosinistra al comando non cambierebbe niente a Bagdad. D'altronde dicendo che voleva mantenere in Irak «un intervento» per fini pacifici, aveva già fatto intendere che non perseguiva disimpegni zapateriani.
La linea che il centrosinistra presenta dunque al suo elettorato si articola su tre posizioni: una fondata sul rapporto (un po' coperto) con gli Stati Uniti, una sulla retorica protoeuropeista che dopo le sconfitte di Gerhard Schröder e le difficoltà di Jacques Chirac non ha più sponde, e una ancorata al più scalmanato pacifismo. Con molti dei sostenitori di quest'ultimo indirizzo che ritengono si debba rompere la coalizione al minimo segno d'impegno militare italiano.
Tra i politici occidentali di maggiore statura, intanto, emerge con sempre maggiore chiarezza la necessità di una politica estera saldamente coordinata tra europei e americani. José Maria Aznar ha chiesto ai think tank repubblicani di Washington di trovare forme di approfondimento ed elaborazione di politiche globali comuni tra le due sponde dell'Atlantico. La stessa scelta, con un'ottica di «sinistra» ma assai attenta ai rischi del quadro internazionale, ha fatto Bill Clinton, chiamando a raccolta anche i D'Alema e i Prodi. Ma la chiarezza che si coglie nelle assisi internazionali non ha riscontro nelle proposte del centrosinistra nostrano: confuse, evanescenti, clandestine da una parte; esagitate dall'altra.
Prodi ha detto che l'Italia con Berlusconi ha perso peso politico sulle scene internazionali. Le sue appaiono le considerazioni di un burocrate interessato e in grado di capire solo il sostegno che possono offrirgli le tecnocrazie. In realtà dalla nuova interpretazione del patto di Maastricht (già definito stupido dall'ex presidente dell'eurocommissione ma lasciato intatto fino al giorno della sua uscita) alla centralità italiana nel Partito popolare europeo, dalla partita giocata all'Onu contro le prepotenze tedesche alla dura trattativa sul commercio con la Cina, Roma sta esercitando un ruolo per larghe parti inedito. E questo risultato, con buona pace dei maestrini insofferenti per le iniziative di quello che considerano un «dilettante», deriva dalla collocazione perseguita per l'Italia da Berlusconi. A chi fa apprendistato di affari dello Stato, s'insegna che la politica è innanzi tutto politica estera: il centrosinistra, in questo senso, non passerebbe neanche gli esami di primo grado.