La congiura di palazzo della partitocrazia

Quelli che vogliono eliminare il premier sono i superstiti della Prima
Repubblica miracolati dal berlusconismo. Il collante che unisce Fini e
Casini, Rutelli e D’Alema è uno solo: l’avversione al Cav. Ma senza di
lui spariranno

Roma - La salvezza repubblicana, o la responsabilità nazionale oppure l’unità nazionale o anche l’armistizio dei volenterosi, qualunque cosa si nasconda dietro le formule salvifiche dei terzi e quarti poli, là dietro si intravede abbastanza chiara una sagoma di repubblica: la prima. Che preme, spinge, si dimena per riaffiorare, grazie ai suoi sacerdoti misteriosamente sopravvissuti al cambio di repubblica ma mai davvero a proprio agio nel nuovo tempo berlusconiano. Sono reperti di Democrazia cristiana e vecchi manovratori di seggiole parlamentari, accomunati dallo stesso destino: miracolati dal berlusconismo, senza il quale sarebbero rimasti nell’ombra o travolti dalla macerie, eppure oggi aspiranti boia del medesimo. Ai frustrati si aggiungono poi gli eterni sconfitti, ed ecco come nasce un’alleanza vasta grazie alla repulsione per il Cavaliere. È una specie di congiura trasversale, perché universali sono i sentimenti di invidia e rivalsa a lungo covati verso l’uomo a cui hanno dovuto chinare la testa per non perdere anche il resto, come pure l’ambizione di riportare la politica nell’ambiente che meglio rispecchia il loro animo. Il tentativo di parricidio berlusconiano, non a caso, marcia parallelo al proposito di cambiare la legge elettorale per ridare spazio ai piccoli partiti e ai loro piccoli leader. È un rigurgito della partitocrazia verso il corpo estraneo, l’outsider che ha costretto gli altri a farsi da parte, l’inquilino che non si è mai riuscito a sfrattare.
L’appello responsabile che accomuna ex fascisti ed ex comunisti, partiti dei lavoratori e manager in cachemire e Ferrari, che va da D’Alema a Fini a Pisanu a Rutelli e Casini, trova la propria verità in un progetto un po’ meno altisonante, l’eliminazione del protagonista che li ha resi comparse per sedici lunghi anni. Un periodo di tormento e di frustrazione, si può bene immaginare, che ora chiede una santa alleanza per saldare il conto aperto e riportare la vecchia politica al posto che le spetta, cacciando il corpo estraneo dal Palazzo in cui si è indebitamente installato. Nemici o ex amici e addirittura cofondatori, tutti in qualche modo berlusconizzati, lo volessero o meno. Hanno imparato a parlare semplice, a cambiare cravatta, a organizzare convention al posto di barbosi congressi, a fare video, gadget, t-shirt, a candidare i volti giovani, i non-professionisti della politica, per far dimenticare le proprie origini. Insomma hanno studiato, copiato e mutuato in ogni dettaglio la lezione dell’avversario, per poi coalizzarsi e provare a defenestrarlo. Sono anti-berlusconiani così berlusconiani che è arduo immaginarli in uno spazio privo del Cav. Di cosa parlerebbero Fini, Casini, D’Alema, se davvero il loro piano andasse in porto? Il modesto collante che per puro caso sembra unirli andrebbe a farsi benedire e si ritroverebbero con l’horror vacui che il lutto porterebbe con sé.
Il genere appropriato per questi giorni è la commedia, nella sua variante di commedia all’italiana (grandi parole per un piatto di lenticchie), soprattutto nelle pulsioni al tradimento opportunista ma ben nascosto fino all’ultimo, perché non si sa mai chi vince. E qui il tradimento, l’unico che vale questo nome, è quello verso Berlusconi, unica plausibile ragion d’essere di una schiera di parlamentari tra i quali serpeggia il dubbio: ma sto qui o passo di là? Anche lì c’è di mezzo il Palazzo, miraggio raggiunto e da abbandonare al più tardi possibile. Perciò - ed è il rischio vero - l’alleanza tra i palazzinari del Palazzo, gli esorcisti della Prima repubblica, e gli opportunisti della seconda (anche nascosti nel Pdl) potrebbe dare frutti amari. Una cosa è certa: il ritorno del passato deve compiersi ben lontano dalle urne, in una manovra alchemica che possa mescolare tutti i sentimenti anti-Cav per farne un disegno politico realizzato. Sulla carta avrebbero tutti da guadagnarci. La sinistra non avrebbe più l’avversario che la sconfigge al voto, Fini si convincerebbe definitivamente di essere il leader del centrodestra moderato, Casini anche, Rutelli si infilerebbe tra i due, Vendola avrebbe meno machisti di cui lagnarsi, Di Pietro potrebbe cambiare argomento. Devono solo eliminare Berlusconi, con una «grande coalizione di Palazzo», anche se riuscirci è un bel problema. Ma un problema ancora più grande, per loro, sarebbe cosa fare se ci riuscissero.