Congo: «La guerra etnica è un abbaglio: in ballo ci sono ricche miniere e il petrolio»

Una situazione umanitaria «disperata». Una città, Goma, sotto assedio. Migliaia di civili in fuga. Prezzi dei generi alimentari alle stelle, in un Paese dove il 70% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno. Niente acqua. Niente cibo. Condizioni igieniche «penose» e «lo spettro delle epidemie dietro l’angolo». Padre Giulio Albanese, missionario comboniano e giornalista con lunga esperienza in Africa, racconta in questi termini la situazione nel nord-est del Congo, dove si consuma quella che definisce «una guerra paravento». Albanese è in contatto costante con i vescovi congolesi. Le notizie che arrivano sono «sconcertanti». Il più numeroso contingente di peacekeeping Onu al mondo – i 16mila uomini della missione Monuc – fatica a gestire la crisi. E dalle Nazioni Unite quello che si continua a sentire sono solo dichiarazioni di «preoccupazione» e «denuncia».
Laurent Nkunda, comandante dei ribelli - per lo più di etnia tutsi - ha bloccato l'avanzata delle sue milizie a 15 chilometri da Goma, capoluogo del nord Kivu, minacciando l’occupazione della città se le forze Onu non fermano subito gli attacchi dei militari governativi, di etnia hutu, contro la popolazione civile. Nonostante il cessate il fuoco in vigore da mercoledì, le truppe congolesi hanno compiuto saccheggi, stupri e omicidi contro gli abitanti tutsi. A difendere la città dai ribelli del Congresso nazionale per la difesa del popolo - ma non dai soldati lealisti - ci sono solo 800 caschi blu. La gente fugge verso il villaggio di Kibati, poco più a nord, in cerca di cibo e acqua. La strada che esce dalla città è un fiume di gente disperata che porta sulle spalle bambini, sacchi di vestiti e stoviglie, al guinzaglio capre e piccoli animali da allevamento.
«Questo - sottolinea al Giornale padre Albanese - avviene dopo le elezioni democratiche del 2006, dopo gli accordi firmati a gennaio tra i gruppi armati, alla presenza dei caschi blu, dei facilitatori europei e statunitensi». La diplomazia sembra impotente: di fatto il 90% delle esportazioni minerarie avviene nell’illegalità; continua l’arrivo di armi; è documentata la presenza di truppe ruandesi nella regione in appoggio a Nkunda.
Il generale dissidente chiede l'apertura di un dialogo con il governo di Kinshasa, a due condizioni: disarmo dei ribelli hutu delle Forces Democratiques de Liberation du Rwanda (rifugiatesi in Congo al termine del genocidio ruandese del 1994) e l’annullamento degli accordi commerciali con la Cina, che avrebbero svenduto le risorse naturali del Paese. È qui, secondo Albanese, il nucleo della questione: «La guerra in corso non è etnica, in ballo ci sono le miniere». Il Kivu, ad esempio, è ricchissimo di rutilio, lega naturale composta da niobio e tantalio: il primo usato per produrre materiali superconduttori, il secondo per tutte le componenti elettroniche. Oltre il Kivu, ancora in territorio congolese, vi sono i giacimenti di petrolio. Il confinante Rwanda, piccolo, privo di materie prime e densamente popolato, da tempo brama il controllo della zona, appoggiando i ribelli.
La diplomazia internazionale cerca di avviare un negoziato tra il presidente ruandese Kagame e Kabila. Verso il Congo partiranno a breve i ministri degli Esteri di Francia e Gran Bretagna, per studiare l'invio di aiuti umanitari. «Ora – denuncia padre Albanese - la comunità internazionale non può continuare a guardare. Il Monuc si è rivelato un vero fallimento e l’unica soluzione è l’intervento di una forza di interposizione Ue per evitare il procrastinarsi di questo conflitto».