Congressi Ds, Fassino sfiora l’80%. Male Mussi

da Roma

Non dirà mai «ve l’avevo detto». Non accetta di chiamarli «ex» compagni. Li aspetta a braccia aperte da due anni, da quando, apripista del Correntone, scese dalla Quercia per tentare nuove strade. Pietro Folena, presidente della commissione Cultura della Camera, ha fatto un pezzo del cammino assieme alla Sinistra europea, il laboratorio politico di Rifondazione che potrebbe ora essere superato da quella formazione «nuova e giovane» che lo stesso fondatore, Fausto Bertinotti, ha apertamente lanciato. Il punto di partenza resta lo stesso: unire la sinistra in una «grande forza di sinistra socialista», dice Folena.
Già, ma quando arrivano i «compagni»? «Mi auguro presto», aggiunge Folena, sicuro che la scelta del «Partito democratico era già segnata due anni fa» e che forse «certe occasioni avrebbero potute essere colte prima». Il rammarico, insomma, sta nel tempo perduto. I congressi di sezione dei Ds celebrati in vista del congresso di aprile sono un quinto del totale. La mobilitazione del gruppo dirigente che spinge verso il Pd è ai massimi livelli, e per ora il consenso della maggioranza si mantiene poco sotto le aspettative (78,3 per cento). Il dato politico più rilevante sta nell’affermazione della terza mozione, quella di Angius, che sta ottenendo, con la sua tattica attendista, un 8,3 per cento «strappato» soprattutto alla mozione numero due, quella di Mussi e Salvi (13,4%). Qualche sorpresa ha riservato Roma, dove nella sezione più grande, quella di Testaccio, Fassino è precipitato dal 77 al 35 per cento, mentre Mussi dal 18 è arrivato al 59 per cento. Più in generale, nelle sezioni romane va meglio la sinistra (26%) e peggio Fassino (59%).
Ma Roma non basterà a sovvertire giochi congressuali già «preconfezionati». Così da far pensare che la «critica» svolta da Angius sia destinata a ricomporsi al congresso, previa generosa elargizione di cariche organizzative. Ancora presto, però, considerare sventata la minaccia di scissione, corda che Fassino & C. non mancano di far vibrare richiamandosi alla tradizione più autentica del Pci. «Siamo una comunità, che ci importa del nome», ha spiegato D’Alema ai militanti della sua sezione. Tralasciando che dietro un nome - socialismo, in questo caso - c’è anche della sostanza.
Vanno forte invece gli slogan un po’ vuoti dell’apparato che si auto-conserva, da «il Pd è una necessità» (Veltroni, Fassino) all’esagerato: «non fare il Pd è deludere il popolo» (Cofferati). Così il popolo ds aggirerà ancora la questione socialista, abbracciando post-dc, Rutelli e Binetti. Un solo gregge: e chi sente diversamente, andrà da solo al manicomio, come ebbe a scrivere Nietzsche. Quel manicomio che resta una sinistra litigiosa. Sempre incapace, in Italia, di diventare davvero «massa critica».