Un congresso da Ddr e voto bulgaro Così Franceschini diventa segretario

L'ex dc eletto segretario a tempo dei Democratici. Nel suo discorso il solito cocktail di antiberlusconismo, Resistenza e Costituzione. Buonismo addio e tra i delegati qualcuno grida: &quot;Tutti a casa&quot;. <a href="/a.pic1?ID=330639" target="_blank"><strong>Platea decimata dal &quot;mal di pancia&quot;</strong></a>. Parisi: <a href="/a.pic1?ID=330646" target="_blank"><strong>&quot;Con questo voto si ritorna a Dc e Pci&quot;</strong></a>

Il Time scrive che Matteo Renzi, candidato sindaco del Pd a Firenze, è l’Obama italiano. Ma questi pettegolezzi a D’Alema, Franceschini e compagni non interessano. Ora, nel Pd, contano solo le cose serie. Conta l’apparato.
Questa volta non ci sono sorrisi. Niente cuore, poche bandiere, aboliti i we can, qui nei capannoni grigi della Fiera di Roma ci sono facce tese e stanche che guardano, giù, verso l’assemblea dei delegati con un certo sospetto. L’era di Veltroni è passata, lui qui non c’è, chiuso in un silenzio che sa di disillusione, amaro, con tutte le ferite di chi si è sentito azzoppato in volo. Ci sono gli altri. C’è la Finocchiaro che cerca di fare gli onori di casa, come una brava mamma, prova a dire che questo è un «momento importante nella storia di questo partito». Ma nessuno più ci crede. Non ci crede il delegato emiliano che beve il caffè e bofonchia: «È una vita che vedo momenti storici e importanti. Tutti uguali, tutti inutili, tutta melassa. Qui anche andare in bagno diventa un momento storico e importante». Davanti al cancello qualcuno aveva scritto, su uno striscione, «congresso e primarie adesso». Dentro si grida «tutti a casa» che innervosisce non poco Anna Finocchiaro: «Vorrei dire agli urlatori che l’unico effetto è di richiamare le telecamere e dare una rappresentazione falsata dell’assemblea». Questa non è la terra di Obama. Qui non si può.
Basta guardare le facce in prima fila, matrioske senza espressione, per capire che la discussione è una parola che nel Pd non è più di moda. D’Alema, Bersani, Marini, Turco si piazzano in prima fila. Rutelli più indietro. Follini si confonde in mezzo alla sala. Fassino scuote la testa. Se questo è il Pd, assomiglia davvero alla Ddr. Il colpo d’occhio ricorda certe immagini d’oltrecortina, quelle scene di triste tramonto prima della caduta del Muro, un’intera classe dirigente che vedeva la fine, ma andava avanti per inerzia, abitudine, fedeltà a qualcosa che non esiste più, perché non avevano altro da fare. Ecco, l’atmosfera ricorda Good Bye Lenin o i romanzi tragicomici di Ingo Schultz. La parola d’ordine è Ostalgia e a quanto pare anche gli ex democristiani si trovano bene in questa ricostruzione della Berlino anni ’80.
La platea urla: «Primarie». I capi rispondono «nisba». La dialettica è tutta qui. Dicono che sia stato lo stesso D’Alema, con una telefonata fredda e sbrigativa, a chiudere le porte al popolo del Pd. Lasciate che Parisi vada in giro, rileggendo a bassa voce il suo discorso, tanto la storia ha già un finale. Franceschini segretario, con pieni poteri, ma a tempo determinato. Il resto sono chiacchiere. Il nuovo segretario deve traghettare il partito fino alle elezioni europee. Poi ci sarà il congresso e lì ci si scanna. Franceschini segretario precario, con un contratto a progetto, otto mesi e poi a casa. Questa è l’unica cosa vagamente di sinistra che è atterrata a Roma, zona Fiumicino. «Le primarie? - si stupisce Fassino -. C’è il rischio che siano uno strumento plebiscitario e non democratico». Serve un partito vero, insomma. Con iscritti, circoli e non solo gazebo dove si raccolgono le firme.
Le parole di Mario Draghi, governatore di Bankitalia, qui arrivano smorzate. Quello che lui dice al Forex sembra un futuro lontano: «La caduta della domanda può colpire con particolare intensità le fasce deboli e meno protette, i lavoratori precari, i giovani, le famiglie a basso reddito». Tutte cose che la sinistra tardo Ddr non ha in agenda. Non interessano. Quali sono le parole che Franceschini evoca per disegnare l’anima del Pd? Resistenza, costituzione, antiberlusconismo. Il lavoro è una variabile indipendente e se uno ha nostalgia delle lotte di Di Vittorio deve rivolgersi altrove, magari in un’intervista a Donna Assunta Almirante. Qui di precario c’è solo il segretario.
La base è stanca. Niente emozioni. L’unico momento di calore arriva quando Gad Lerner fa il capopopolo e dice all’apparato: «Non possiamo continuare a farci del male». L’apparato, questa volta, non muove una ruga. Va bene così. Non importa che è arrivata poca gente. Dovevano essere 2.384 delegati e sono poco più di mille. I più furbi sono rimasti a casa. Non a tutti, d’altra parte, piace il wrestling. E lì, come qui, la sceneggiatura è già scritta. Fanno solo finta di chiamarlo sport.
Quando arriva il risultato non c’è nessuno che fa «oh!». Neppure Parisi, lo sconfitto. Il risultato è, chiaramente, bulgaro: 1047 a 92. Le parole di Franceschini fanno il resto. Questo signore che molti disegnano mite, o inutile, è uno cresciuto a tessere di partito. È qui a tempo, ma decide lui. Tutte le cariche azzerate. Il governo ombra non è una cosa seria. Via anche lui. Franceschini dice: «È inutile telefonare. Non ascolto nessuno». Bisogna serrare i ranghi. Veltroni, assente, fa sapere: «Dario è l’uomo giusto». Ma al di là delle parole c’è una cosa che appare chiara. La classe dirigente del Pd sta cancellando l’estetica veltroniana. Il «buonismo» e le belle parole non abitano più da queste parti. La democrazia dal basso fa solo confusione. La festa non è più qui. La parola d’ordine è fare sul serio. Apparire seri. Il resto non conta. Non importa questa carestia di leader, di programmi, d’identità. Quando i muri crollano bisogna mettersi tutti in fila e guardare il mondo o a muso duro. Questo dice la legge della Ddr. È quasi la rivincita di Prodi. Il riso, suggerisce l’apparato, abbonda sulla faccia degli sciocchi.