Il congresso socialista rischia già di chiudere

«Se chiediamo ai nostri iscritti se andare a destra o a sinistra, il partito è destinato a sciogliersi»

Gianni Pennacchi

da Roma

Il momento della verità, che c’è sempre in congressi tormentati come questo, s’è affacciato quando il segretario uscente Gianni De Michelis stava ricamando sulla necessità di «esplorare», «verificare», per infine ammettere che «certo, alla fine dovremo farle, delle scelte». E dal silenzio della platea dei delegati s’è levata una voce forte e ispirata, «a marzo!». Che De Michelis ha prontamente raccolto, «lascia fare, quanto a gestione abbiamo una certa esperienza», conquistando l’applauso della pancia socialista, che si sente ormai stretta nell’abbraccio del centrodestra ma non riesce ancora a digerire la migrazione nello schieramento dominato dai «carnefici» di un decennio fa. Come andrà a finire, questo quinto congresso del Nuovo Psi che deve rispondere al richiamo dell’«unità socialista», andare comunque dall’altra parte per far lista con lo Sdi di Enrico Boselli, coi radicali di Marco Pannella ed Emma Bonino, e con Socialismo e libertà di Rino Formica? Vincerà De Michelis, sulla linea manzoniana dell’«adelante Pedro», ma «con juicio». Insomma, se non marzo come proponeva l’anonimo delegato, quando sarebbe troppo tardi per centellinare le liste, sarà febbraio - casualmente, con sondaggi più affidabili - il mese giusto per consumare lo strappo. Scissioni o defezioni, nel frattempo sono escluse. I fedeli della Cdl, Chiara Moroni e Stefano Caldoro, per ora si sentono garantiti dal segretario. E Bobo Craxi, poiché anche i fratelli separati dello Sdi vogliono un partito col quale riunificarsi, non una frazione o un gruppo senza targa, dovrà piegarsi a guidare la minoranza rinviando il passaggio del mar Rosso almeno sino a febbraio.
Ancora al mattino di ieri, era ipotizzabile una ricucitura tra il giovane Craxi e il segretario. In fin dei conti puntano allo stesso obiettivo, su questo De Michelis non è stato affatto ambiguo. Ma era sui tempi, il dissidio: l’aspirante segretario per l’hic et nunc e il segretario uscente per le calende, fors’anche greche se poi i sondaggi dovessero rivelare che rivince Silvio Berlusconi. La mozione di De Michelis è entrata in congresso col 60% dei voti, e ieri sera li ha confermati tutti, almeno ad occhio. Una conclusione congressuale «unitaria» come suol dirsi, era ancora auspicabile, ma le forzature registrate ieri sera, oltre a infiammare il congresso hanno reso pressoché impossibile un accordo. Non solo i cartelli contro De Michelis, «becchino dell’unità socialista», ma poi l’ordine del giorno che impone «fin da subito» la «fase costituente» con Boselli, Pannella, Formica, e il ritiro dal governo «dei compagni Caldoro, Del Bue e Ricevuto». Quando Franco Piro, dopo la relazione di De Michelis, ha iniziato a leggere l’odg annunciando che era già sottoscritto da «migliaia di firme» e dunque andava votato al più presto, qualcuno gli ha staccato il microfono e ha mandato a tutto volume l’Internazionale.
La guerra nell’aria è deflagrata nella notte, tanto che mentre scriviamo ci si chiede se questo è ancora un congresso, se insomma finirà con un qualche voto, oppure s’è trasformato nell’ennesima tribuna dove i socialisti si fanno del male. I fischietti delle «truppe calabresi» eran preparati principalmente per il premier, se fosse venuto, ma sono tornati buoni anche contro il segretario. Al quale però, l’immaginifico Lucio Barani, sindaco itinerante della Lunigiana, e un consigliere giuridico non ancora alla ribalta che invece meriterebbe (Danilo Del Gaizo, si chiama) hanno fatto leggere, prima della relazione e tra i saluti alle autorità dello Stato e agli ospiti, una nota formale in cui si informava che «la Commissione di garanzia, riunita ad oltranza, alle 15.30 non aveva concluso l’attività di rigorosa verifica dei presupposti per lo svolgimento del congresso». Formalmente dunque, il congresso non poteva ancora dirsi aperto. Anzi, la verifica delle deleghe era rinviata a una seduta notturna della Commissione di garanzia. Per chi avesse dimenticato come funzionano i veri congressi di partito, quelli che hanno fatto la storia della prima repubblica, la Commissione di garanzia è il centro del potere, lì si verifica e si decide quanti voti congressuali possiede ogni concorrente.
Be’, è successo che nella notta la Commissione di garanzia, guidata proprio da Barani, s’è riunita nel Teatro della Fiera ormai sgombro, ma son tornati i focosi calabresi di Saverio Zavettieri per Craxi, e hanno «occupato il congresso». I commissari han dovuto sloggiare, senza poter procedere alla verifica di poteri e deleghe. Dunque? «Più che il congresso hanno occupato la Fiera», taglia corto Barani, «anzi il congresso non c’è e a questo punto nemmeno ci sarà». Che vuol dire? Che Bobo oggi non parla? «Sì, sì, parlare può parlare quanto vuole, ma senza verifica questo non è un congresso. Vuol dire che De Michelis resta segretario, proprietario del simbolo e del nome del partito». La prospettiva di Barani è lineare: «Che cosa ha detto De Michelis? Che bisogna esplorare e verificare tempi e condizioni. Vuol dire che per ora non succede niente. Andiamo via a febbraio, e sono tutti costretti a seguire il simbolo».
Già, come aveva proposto il segretario nella sua relazione: «Non voglio la conta, lo scontro tra guelfi e ghibellini. Voglio un percorso diverso, perché so che se chiediamo adesso ai nostri 43mila iscritti se vogliono andare col centrosinistra o col centrodestra, questo partito si scioglie».