«Il Coni non si fermi a Valverde»

«Il Coni ha incastrato Valverde? Intanto vediamo come va a finire, e poi mi auguro che sia fatta chiarezza su tutta la questione spagnola, non solo sui corridori ciclisti».
Giorgio Squinzi, presidente di Mapei e di Federchimica, nonché patron del Sassuolo calcio e grande appassionato di ciclismo, non ha dubbi: «Il vero scandalo è che da tre anni l’Operacion Puerto è lì e nessuno ha mosso un solo dito. Gli spagnoli hanno nascosto la polvere sotto il tappeto e i team di tutto il mondo non hanno fatto nulla affinché questo non accadesse. Non parliamo poi della stampa italiana: ad eccezione di questo giornale, ho fatto fatica a trovare un accenno al problema legato al nome di Valverde. Basso è stato trucidato, gli altri protetti come “pezzi e core”».
Il ciclismo: uno sport che non trova pace?
«Sia ben chiaro, il ciclismo si porta dietro le sue enormi colpe e anche in questa circostanza non è esente da responsabilità gravi, ma nell’Operacion Puerto, a detta dello stesso Eufemiano Fuentes, il ginecologo delle Canarie con l’hobby della manipolazione sanguigna, tra i suoi assistiti non c’erano solo corridori ciclisti, ma anche calciatori, sciatori, tennisti e così via. Nessuno ha fatto qualcosa per portare a galla la verità».
La procura antidoping del Coni, però, non è rimasta con le mani in mano.
«E di questo gliene va dato atto, ma io mi auguro che grazie ai loro canali non siano entrati in possesso solo delle sacche di corridori ciclisti, ma anche di quelle di altri sportivi».
Lei crede che nel calcio ci sia doping?
«Io credo che il doping sia una piaga che investe tutti gli sport professionistici di alto livello, quindi anche il calcio. Credo anche che le punizioni alla Del Piero o le giocate alla Kakà o alla Ibrahimovic, non siano frutto del doping».
Si diverte di più con il suo Sassuolo?
«È stato un atto d’amore verso il distretto della ceramica di Sassuolo. Se Mapei è diventata quello che è diventata, molto lo deve anche a questa zona estremamente strategica per un prodotto come il nostro (chimica per l’edilizia, ndr). La società fu pagata in pratica niente, 1 euro, poi azzerammo i debiti e adesso il nostro progetto è sotto gli occhi di tutti. Dalla C2 alla B in tre anni, e oggi siamo lì a giocarci la serie A con un budget molto limitato, tra i più bassi di tutta la serie B (12 milioni di euro, di cui la metà arrivano dalla Mapei, ndr): per la serie si può fare bene senza fare follie». Dal primo di gennaio tutti gli sportivi dovrebbero adeguarsi al progetto di reperibilità varato dall’Uci e adottato dalla Wada, ma calciatori e tennisti fanno ostruzionismo. Cosa ne pensa?
«Che sbagliano ad opporsi. Da quattro anni i corridori aderiscono al sistema Adams, il protocollo per il quale ogni atleta deve dare la propria reperibilità di tre mesi in tre mesi, dalle 6 di mattina alle 23 della sera. Questa è la strada obbligata per mettere in difficoltà i signori del doping. I controlli del dopo gara non servono più: è necessario prenderli con le mani nel sacco e questo è possibile solo con i controlli a sorpresa fuori dalle competizioni. Il ciclismo li fa, perché il resto del mondo dello sport non vuole sottoporsi a queste regole? Dicono che Nadal sia scandalizzato da queste nuove norme che, ritiene, vanno a ledere la privacy? La sua reazione non mi sorprende».