Da coniglietta a icona punk A 66 anni torna la ribelle che si crede figlia di Marilyn

Ma dài non sembra vero, e invece sì: Debbie Harry ha appena compiuto 66 anni, per dire due in più di Hillary Clinton. È biondissima, ci mancherebbe, platino puro. Ed è sempre trasgressiva perché punk si nasce e neanche volendo si cambia: «Io monogama? Sì, qualche volta lo sono stata». In fondo anche rimettere insieme i Blondie e pubblicare un disco dopo 8 anni, il buono ma non troppo Panic of girls, è un bel gesto punk, come qualche giorno fa hanno capito anche gli spettatori del festival scozzese «T in The Park».
I Blondie, signori, ossia il punto di congiunzione tra i Ramones e la disco dance, tra il reggae e il pop, qualcosa che si suonava nello scassato clubbetto CBGB di New York ma pure allo Studio 54 dove ballava il Tony Manero di Staying alive. Due estremi. Milioni di copie vendute. Migliaia di imitatori. Molti al «T in The Park», specie i quarantenni, si aspettavano lo stesso peperino sguaiato che li aveva attizzati con canzoni come Call me da American Gigolò del 1980, sapete quella in cui pretendeva in italiano «Amore chiamami» mentre Richard Gere scorrazzava sul suo Pagoda con il ciuffo al vento e neanche l’ombra di una ruga. Si aspettavano una nave scuola, come si diceva nei bordelli anni ’40. E invece nisba: tutta vestita di bianco compresi i leggings da ventenne, è un tipo duro, ormai, stravissuto, carico di quella disillusione che solo gli eccessi riescono a regalare o decidono di imporre.
E sul palco non ha più tanti fronzoli: sotto la pioggerella che rende insopportabile l’estate in Scozia, cantava Maria con il pilota automatico, un megasuccesso del ’99, roba che la canticchi appena la ascolti ma se hai 66 anni e nel 1969 eri la cameriera preferita da Janis Joplin al Max di Manhattan, Andy Warhol ti faceva le confidenze e poi ti sei pure fatta beccare in una cabina telefonica mentre ti possedeva Eric Emerson, un tossico perso, insomma uno dei pupilli di Warhol, ecco, forse certe canzoncine ormai ti vanno strette. Mestiere, per carità. Senza Debbie Harry, forse Madonna avrebbe tenuto corvini i suoi capelli. E Lady Gaga sarebbe rimasta orfana, poverina, niente modelli da seguire: ma almeno frasi come la sua dell’altro giorno («Non sniffo più, ora è la mia vagina a parlarmi») sarebbero sembrate più originali. Deborah Ann Harry queste cose si è annoiata di dirle e basta scorrere la sua vita per capire come mai. È nata nel posto più bello degli States, la Florida, ma nella situazione peggiore del mondo: i genitori l’hanno subito data in adozione e lei per consolarsi ha iniziato a credere che la sua mamma biologica fosse Marilyn Monroe, con la stessa caparbia illusione salvifica che ha aiutato a morire meglio anche Al Amir Atta, il padre del Mohammed schiantato contro una Torre Gemella: no, non posso avere lo stesso sangue di chi è capace di tanto orrore. Invece.
Prima di iniziare a vendere trasgressioni, Debbie ha venduto biglietti per Woodstock, poi, in barba agli ideali di Woodstock, ha sposato un riccone salvo mollarlo per andarsene a Harlem con una gang di spacciatori prima di diventare una coniglietta di Playboy. Alla fine, a quasi trent’anni, ha trovato il posto dove accatastare tutte le ossessioni: la musica. Con il fidanzato Chris Stein. Gli Stilettos. Angel and the Snakes. Infine Blondie. Ha sopportato senza fiatare le accuse di filonazismo perché dopotutto Blondie era il cane di Hitler, «divertente no?». Ma non l’eroina: «Era dappertutto, mi ha quasi ucciso». Ora i Blondie vanno e vengono però lei è sempre la stessa e, per conferme, basta ascoltare il cyberpunk dell’apertura di Panic of girls, la scomposta e inquieta D Day, più scomposta di Debbie Harry, una maestra che è rimasta allieva. O un’allieva nata maestra, alla fine poco importa.