Connery a pranzo dal Cavaliere: «Non guardo più i film di Bond»

«Quando mi rivedo in tv penso a quanto avrei potuto recitare meglio»

Pedro Armocida

da Roma

«A nove anni lavoravo consegnando latte a domicilio. Ho lasciato la scuola a tredici anni. Per un po' ho lucidato le bare in un negozio di pompe funebri, ma devo ammettere che non ero molto bravo. Mi sono arruolato in marina e ho fatto tanti lavori diversi, anche il bagnino. Poi sono partito per Londra dove ho fatto l'esperienza di Mr. Universo. Da lì è cambiato tutto».
Signore e signori ecco in breve l'autobiografia di uno Sean Connery poco conosciuto, prima di essere chiamato Sir, di ottenere l'Oscar come attore non protagonista per Gli intoccabili, e prima di essere decretato dagli appassionati come lo 007 più amato di tutti i tempi. Ricordi tratti dalla bella monografia che la Festa di Roma gli dedica (a cura di Mario Sesti, edizioni Electa) che ben spiegano un personaggio di origini proletarie, padre camionista e mamma cameriera (in loro ricordo porta uno dei due tatuaggi, «Mamma e Papà», l'altro è «Scozia per sempre»), che ha saputo negli anni diventare uno degli attori più amati al mondo. Fino al tributo della Capitale che l'ha incoronato, con il premio raffigurante Marco Aurelio, imperatore di questa Festa (su queste pagine Stefano Disegni, con uno sfottò alla grandeur all'amatriciana capitolina, c'era andato vicino definendolo «L'ottavo re di Roma»).
In queste brevi vacanze romane Connery ha trovato poi anche il tempo d'incontrare due personaggi eterogenei quanto illustri, l'altro giorno il Dalai Lama e ieri a pranzo per due ore Silvio Berlusconi. L’ex James Bond è arrivato a Palazzo Grazioli a bordo di un’auto scura «over size» con body guard al seguito, ed è sceso tra lo stupore degli operai da tempo al lavoro nel cortile della residenza del Cavaliere. Al termine del lungo incontro, nessuna dichiarazione.
Poco più tardi lo scozzese di Edimburgo, classe 1930, ha fatto il suo primo vero bagno di folla lungo il tappeto rosso dell'Auditorium. Alto, imponente, con i suoi caratteristici baffi che l'hanno accompagnato in tutti i suoi film. Ma, paradossi del destino, per il ruolo di James Bond che più l'ha reso celebre, quei baffi sono scomparsi. È rimasta però quella sua aria sorniona mista a profonda ironia. La stessa che ha sfoggiato all'Auditorium nell'atteso incontro con il pubblico che si è aperto con un «I love you» gridato da un'attempata signora in piccionaia. Così di fronte alle immagini dei suoi film celebri ha ammesso: «Non è che li guardi molto spesso, mi capita di rivederli in tv e mi rendo conto che avrei potuto fare meglio». Tagliente anche la risposta a chi gli chiedeva notizie sul quarto episodio di Indiana Jones: «Lucas e Spielberg stavano lavorando a un copione che non è mai arrivato sino a me. Forse avranno pensato che Harrison Ford è troppo vecchio per fare mio figlio». Da una poltrona parte un «perché fa spesso ruoli di Re?», e lui: «Perché non mi hanno mai chiesto di fare la regina». Ma solo quando gli viene chiesto su chi farebbe oggi un documentario politico dopo quello realizzato 40 anni fa sul divario tra operai e padroni, The Bowler and the Bunnet proiettato ieri all'Auditorium, lo humour cede il passo ad un'annotazione più seria, accompagnata da scroscianti applausi: «Lo farei su quanto poco hanno imparato».